La mia idea di svezzamento

Ho iniziato a scrivere quest’articolo all’inizio dello svezzamento, o alimentazione complementare, della piccola Norah (agosto-settembre 2024)… e l’ho concluso ora! Ahaha, meglio tardi che mai, ma si sa… da mamma si fa quel che si può.

Il mio intento è di fare una riflessione e spiegarvi perché, da mamma-nutrizionista, non sono completamente favorevole al famoso auto svezzamento e nemmeno allo svezzamento definito “classico” con baby food confezionati.

Per cominciare ribadisco, ormai lo dicono tutti, che i neonati devono prendere solo latte fino ad ALMENO 6 mesi, ovviamente meglio se latte materno! E questo non lo dico solo perché l’ha dichiarato l’OMS, ma anche perché se osserviamo i mammiferi (categoria di cui facciamo parte) notiamo che i cuccioli vengono allattati a lungo, stanno a stretto contatto con la mamma (mamm-iferi), dormono con lei, sono completamente dipendenti da lei finché non diventano autonomi. L’essere umano è tra quegli animali che guadagnano l’autonomia molto tardi, quindi… perché ancora sento dire che il latte materno è un “vizio”?? Il latte materno è l’alimento fisiologico e idoneo per il bambino fino a quando lo vorrà! E no, non servono nemmeno tisane di finocchio, camomilla o orzo per le coliche (tra l’altro non sappiamo se le coliche siano effettivamente dovute all’aria nel pancino e/o se il neonato abbia necessità di contatto o altro).

Fino ai primi del ‘900 si svezzava completamente verso i 2 anni, le prime pappe (es. zuppa di pane e aglio) si davano verso gli 8-9 mesi; solo dagli anni ’70 è iniziata una certa fretta nel togliere il “vezzo” del latte materno (le mamme dovevano tornare al lavoro e sopratutto gli interessi intorno al baby-food crescevano).

Ci sono molte testimonianze di mamme che hanno allattato esclusivamente al seno anche fino al 9°-10° mese senza causare nessun danno, anzi! Quindi in primis… NIENTE FRETTA! Si può iniziare l’alimentazione complementare con calma dopo il 6°-7° mese (ma anche oltre) e all’inizio si tratterà solo di far fare qualche assaggino.

L’importante è personalizzare, osservare i bimbi (che ovviamente devono essere pronti, aver perso il riflesso di estrusione e stare seduti da soli), lasciatevi guidare da loro che si sanno autoregolare meglio di noi adulti!

Non ci sono controindicazioni nell’assunzione di latte materno, mentre ce ne sono molte nel consumo di cibo (es. zuccheri, coloranti e additivi, prodotti confezionati, ecc.), sopratutto se introdotti precocemente.

Se non riuscite ad allattare vi consiglio spassionatamente di contattare una consulente allattamento perché:

1) allattare non deve arrecare dolore o essere uno stress (sicuramente faticoso ma non stressante)

2) è veramente raro che una mammifera non produca latte (in natura significherebbe condannare a morte la propria prole)!! Se questo accade probabilmente è a causa di un attacco sbagliato o altri fattori che sarebbero facilmente risolvibili con degli accorgimenti, se ci fosse più conoscenza e supporto. Sento troppo spesso la frase “non avevo abbastanza latte e ho dovuto dare l’aggiunta”. Tra le altre cose è molto importante arrivare al parto in buona salute, avendo curato il proprio stile di vita (alimentazione, movimento, gestione dello stress) già prima del concepimento, anche se non è mai troppo tardi per iniziare. 

Ad ogni modo, se nonostante questi accorgimenti la donna non vuole o non può allattare allora consiglio vivamente di rivolgersi alla Leche Ligue (https://www.lllitalia.org/), contattare una consulente e chiedere se è possibile farsi donare del latte da altre mamme, in modo da dare al/alla vostro/a bimbo/a il miglior nutrimento possibile. Se ciò non fosse possibile allora ovviamente toccherà ripiegare su latte formulato (che sia almeno biologico e, se il/la neonato/a dovesse avere disturbi digestivi potete anche provare quelli vegetali FORMULATI).

Dopo questa lunga premessa…

L’autosvezzamento è il “metodo” che oggi va per la maggiore (quando’ero piccola io invece andavano di moda la farina lattea e i plasmon nel biberon… mi vengono i brividi solo a pensarci). Parlo di mode perché purtroppo anche la medicina spesso è così, va a mode più che a evidenze scientifiche. 

Cosa sappiamo sullo svezzamento?

Non molto in realtà…

Sappiamo che i primi 1000 giorni di vita sono un momento cruciale per lo sviluppo poiché diversi fattori epigenetici che avvengono in questo periodo possono influenzare la salute fisica, emotiva e socio-emozionale futura. Un corretto approccio all’alimentazione complementare influenza il comportamento alimentare e altre malattie croniche come l’obesità, le allergie, la celiaca e il diabete di tipo 1. L’autosvezzamento o Baby Led Weaning sembra essere associato ad un miglior approccio con il cibo e rende il/la bimbo/a meno schizzinoso/a rendendo il momento del pasto divertente. In uno studio addirittura si è visto che questo approccio migliora le abilità motorie, i movimenti grossi e quelli fini (grazie alla manualità che il/la bimbo/a acquisisce maneggiando il cibo e alla coordinazione lingua-bocca). Per contro sembra che il rischio di soffocamento da corpo estraneo sia maggiore con l’autosvezzamento (anche se non ci sono forti evidenze) quindi è necessario un controllo costante da parte dei genitori riguardo il tipo di cibo proposto e il momento in cui è proposto (es. se il bimbo ha o meno certe abilità).

Per questo insisto sull’ìinizare molto gradualmente, osservando il/la bimbo/a.

L’autosvezzamento proposto in Italia dal dott. Piermarini, pur incentivando l’uso delle mani, include anche il cucchiaino e l’uso di cibi frullati/cremosi e si basa piuttosto sull’osservazione e l’attenzione alle richieste del bambino seguiti da una pronta risposta da parte dei genitori.

Quindi l’autosvezzamento è sicuramente l’approccio più idoneo in base alle nostre conoscenze attuali, ma…

Le mie perplessità sull’autosvezzamento:

  • La prima perplessità è che per fare autosvezzamento l’alimentazione dei genitori dev’essere sana e, ve lo dico per esperienza, non è quasi mai così! Molti genitori pensano di avere una dieta sana perché magari mangiano molte verdure e bilanciano i pasti con carboidrati, proteine e grassi ma la qualità del cibo è discutibile. Pochissimi acquistano cibo di stagione, locale, biologico, ben bilanciato e troppo spesso vedo bambini molto piccoli che mangiano pizza, pasta al ragù, cotolette o patatine!
  • In secondo luogo non è proprio corretto dire che il bambino può mangiare di tutto, sopratutto se è ai primissimi assaggi: l’apparato digerente nell’essere umano matura completamente (e diventa come l’adulto) intorno ai 2-3 anni di vita, quindi, a mio avviso, va trattato come un intestino delicato (permeabile) con un po’ di cautela, se si vuole fare una vera prevenzione per le patologie in età adulta e avere un bimbo forte, con un buon sistema immunitario. Questo significa dare poco glutine e ben variato (vale anche per gli adulti) con cereali che ne sono naturalmente privi (riso, miglio, grano saraceno, mais), pochissimi latticini, meglio se di capra o pecora, zero carni rosse e zucchero, niente o pochissimo sale; i cibi dovrebbero essere naturali, non trasformati a livello industriale. Il genitore dovrebbe adeguarsi al neonato consumando principalmente creme di cereali o cereali stracotti e tostati (per aumentarne la digeribilità visto che il neonato non ha ancora tutto il bagaglio di enzimi dell’adulto), legumi decorticati , un po’ di ricotta di solo siero, crema di mandorle pelate e tahin, brodo di verdure senza dado e senza sale….. dubito che i genitori, anche i più bravi, riescano ad adeguarsi a questo!
  • Fibre: se è vero che il bambino ha una fantastica capacità di autoregolazione è anche vero che all’inizio per lui/lei è tutto nuovo ed emozionante e rischia di mangiare più fibra del dovuto solo per la curiosità di assaggiare… questo può portare a stitichezza paradossa da eccesso di fibre e minor assorbimento di minerali e noi genitori dovremmo avere l’accortezza di fare un passo indietro nello svezzamento proponendo pasti con pochissime fibre o addirittura un giorno di pausa con solo latte materno (o formulato). Va da sè che non è detto che la cosa migliore sia iniziare con la frutta… dipende dal bambino!
  • Proteine: lo stesso può accadere per le proteine. Il latte materno soddisfa appieno i fabbisogni del bambino fino anche a un anno e oltre (in epoche passate si allattava per almeno 2-3 anni e addirittura in situazioni di povertà anche fino ai 5-6 anni!) quindi con 3 pasti al giorno e spuntini è un attimo eccedere con le proteine. Un neonato di 10 kg necessita di circa 13-14g di proteine al giorno. 1 L di latte materno ne apporta circa 10g quindi con allattamento a richiesta il fabbisogno è soddisfatto. Una pappa a base di riso e lenticchie apporta circa 2g di proteine quindi pensate se diamo una pasta al ragù e parmigiano! Non voglio incentivare il terrore delle proteine per carità , (anche perché magari ci saranno giorni in cui il bimbo ne mangia di più e altri di meno in base alle necessità), però seconde la Early Protein Hypothesis un eccesso proteico i primi anni di vita (insieme a scarso allattamento materno)  porta con più facilità a obesità e aumento di malattie cardiovascolari. Quindi all’inizio meglio usare pochissime proteine, preferendo i legumi decorticati, o addirittura, i primi mesi di svezzamento si può fare una pappa al giorno senza proteine (solo carboidrati e grassi, come ad es. un brodo di verdure con miglio o riso e olio di oliva spremuto a freddo). Inoltre, per quanto riguarda le proteine, teniamo conto che carne e pesce, se non esistessero potenti frullatori, in natura si potrebbero masticare bene solo una volta spuntati i canini, quindi li eviterei fino a quel momento (1 anno e mezzo -2 di solito). È presumibile pensare che forse in natura, in carenza di altro, il neonato mangerebbe cibi difficilmente digeribili solo pre-masticati dai genitori (pratica che in genere non è ben accettata in occidente)
  • L’ultimo punto riguarda le consistenze: ben vengano i tagli sicuri e il fatto che i bimbi sperimentino con le mani prendendo dalla tavola ciò che vogliono, ma considerando che all’inizio il cibo migliore è un cereale stracotto con un brodo di verdura e un po’ di olio, alla fin fine non resta che fare una pappa! O al limite delle polpette di cereali. Questo almeno per le prime 2-3 settimane di svezzamento in cui l’Intestino si deve abituare a del cibo diverso dal latte. Poi ovviamente via libera ai pezzi di verdure e pezzi più grandi per allenare la masticazione. Nota bene: per “pappa” intendo un cibo con consistenza cremosa (non di certo le farine confezionate a cui va aggiunta l’acqua: sono poco appetibili e neanche tanto salutari essendo tutte ossidate): se preparate in casa le pappe a base di cereali e brodo non hanno sempre lo stesso sapore e la stessa consistenza, ma saranno frullate in modo grossolano e questo allena comunque la masticazione del/della bimbo/a.

Perplessità sullo svezzamento classico

I baby food sono sicuri dal punto di vista igienico ma sono carenti di alcuni nutrienti come vitamine, minerali e antiossidanti, il gusto e la consistenza sono omologati, sempre uguali e privano i bambini di tutta quell’esperienza sensoriale che solo il cibo “vero” può dare, influenzando il proprio modo di mangiare anche da grandi. Inoltre, come accennavo all’inizio, mangiare cibi sempre uguali e confezionati non permette ai bimbi di sviluppare al meglio le loro abilità motorie. 

Attenzione anche al fatto che alcuni prodotti contengono additivi, zuccheri o altre sostanze che possono essere dannose per un organismo in crescita (es. biscotti o “patatine” per neonati).

Diverso è se invece ogni tanto, in emergenza, per praticità, diamo degli omogeneizzati di pura frutta oppure ad es di legumi o, più avanti, di pesce o carne biologici. Possono essere utili se ad esempio di deve affrontare un lungo viaggio.

Conclusione

Non abbiamo ancora certezze su quale sia l’approccio migliore, bisogna basarsi molto sull’istinto dei genitori, sull’osservazione del/della bambino/a senza farsi influenzare troppo dai propri pregiudizi/convinzioni/aspettative, tutto questo avendo alla base un consolidato sano stile di vita da parte dei genitori (se non lo avete è bene iniziare a migliorarlo già molto prima del concepimento!).

Iniziate con il buon senso, offrendo cose facili da deglutire, semplici e separate, in modo che i bimbi possano studiare ogni singolo cibo ed autoregolarsi. Preparate voi le pappe, il più possibile, anche congelando se necessario o chiedendo aiuto a nonni, amici, parenti, vicini di casa o doule. 

Se può esservi utile la mia esperienza (non perché sia perfetta, ma perché magari vi può dare qualche spunto) ho iniziato così: piccoli assaggi di centrifughe di carota o mela diluite, qualche pezzo di anguria o melone o pesca (era estate) da succhiare avvolto in un canovaccio pulito, poi qualche pezzo di mela cotta o grattugiata (che ha creato un po’ di stitichezza quindi ho fatto diversi passi “indietro”), riso o miglio stracotti con brodo di diverse verdure e olio, polenta, patate lesse, poi pian piano ho aggiunto lenticchie e piselli decorticati, crema di mandorle 100% o tahin, tofu sbriciolato, tuorlo d’uovo per primo e poi uovo intero, ricotta di solo siero, yogurt di mucca, capra e soia (anche con dentro olio di lino spremuto a freddo e muesli per bambini biologico senza zuccheri) e per tutto l’inverno anche molto avocado italiano e biologico (Norah ne va matta!). Mano a mano che la masticazione migliorava ho introdotto pezzi di pane con lievito madre (anche panbiscotto), pasta di diversi formati (alternando con quella di farro o timilia o senatore cappelli), altri tipi di legumi, farinate, castagnacci, e, ora che è più grande, qualche polpetta di pesce azzurro.

Ha mangiato sempre tutto? Ovviamente no! E non è un problema! A volte mangiava solo 2 cucchiaini e poi si girava verso il seno, altre volte ho dovuto fare il bis o il tris. Le giornate a volte sono regolari, a volte no. Non importa! Anche per noi adulti ogni giorno è diverso. L’importante è che la crescita vada bene (e questo ve lo può dire il/la pediatra).

Ovviamente noi genitori ci siamo adattati il più possibile e abbiamo aggiunto sale, verdure crude e proteine successivamente nei nostri piatti. Nelle sporadiche occasioni sociali in cui siamo usciti a pranzo o avevamo dei commensali abbiamo cercato un compromesso tra il nostro pasto e quello che potevamo proporre a Norah, senza troppe ansie (si tratta appunto di “occasioni”).

Se avete difficoltà o ansia in relazione allo svezzamento potete chiedermi una consulenza personalizzata.

Consiglio per i genitori i seguenti libri (da adattare poi alle proprie esigenze): 

Michela Trevisan – Svezzamento secondo natura

Luciano Proietti – I primi 1000 giorni. Manuale di alimentazione naturale e fisiologica dal concepimento ai 2 anni 

Ci tengo a specificare che questo articolo è scritto da ME senza ausilio di Intelligenza Artificiale (ci tengo ancora ad usare il cervello!).

Novità 2023: composizione corporea, sistema nervoso e variabilità cardiaca

L’obiettivo di questo articoletto è spiegarvi le novità del 2023. Diciamo che la befana mi ha messo nella calza una bella sorpresa: due nuovi strumenti utili per analizzare lo stato di salute dei miei pazienti 😉

L’argomento è molto più complesso di quello che sembra e la sfida è riuscire far capire alle persone l’utilità di queste misure, in modo semplice…spero di riuscirci!

Partiamo dalla base…

Per composizione corporea s’intende la misura delle varie componenti del nostro corpo. Quando ci pesiamo sulla bilancia vediamo un numero, cioè il valore di quanto pesa il nostro intero organismo, ma non sappiamo di cosa è fatto quel numero!

Capire come è distribuito il nostro peso è di fondamentale importanza per valutare lo stato di salute della persona, definire gli obiettivi e gli interventi da fare (per approfondire potete leggere qui).

Faccio un esempio banale: uomo di 80 kg con molta massa muscolare (es. bodybuilder) risulterà sovrappeso anche se in realtà la massa grassa è molto bassa, mentre se un uomo pesa 80 kg con poco muscolo e molto grasso (es. impiegato sedentario) sarà effettivamente sovrappeso (anzi, sarebbe meglio dire “sovra-grasso”). Quindi a parità di peso possiamo essere molto diversi!

In un percorso nutrizionale e di allenamento capire come varia il peso è importantissimo: se si perde più muscolo che grasso il metabolismo rallenta, aumenta lo stato infiammatorio e peggiora quindi la salute! Questo accade di frequente quando si perdono troppi kg in poco tempo (più di 3 kg al mese) e si deperisce invece che dimagrire (il classico caso della persona che perdendo peso si “svuota” e diventa flaccida e tendenzialmente triste e stanca).

Come si può misurare la composizione corporea?

Esistono diversi metodi: l’autopsia (fortemente sconsigliata :p ), il macchinario DEXA (densitometria a raggi X, considerato il “gold standard”), tecniche che usano materiali radioattivi, densitometria, pletismografia ad aria… insomma, tutte metodiche molto complicate da fare, invasive e costose, anche se precise.

I metodi più semplici invece consistono in dispositivi bioelettirici (praticamente degli strumenti simili all’elettrocardiogramma) che misurano l’impendenza corporea (cioè la resistenza che oppone il corpo umano al passaggio di corrente alternata).

Questi strumenti (che si chiamano bioimpedenziometri) sono più veloci e non invasivi, in grado di fornire comunque dati abbastanza precisi, validati da numerose pubblicazioni scientifiche.

Tra questi bioimpedenziometri alcuni sono molto economici, ma molto imprecisi (soprattutto se la persona si misura in piedi) altri invece sono molto più costosi e con precisione molto elevata (in questo caso la persona si misura distesa, come in figura).

Scegliere il bioimpedenziometro ideale non è semplice: in commercio ne esistono molti, di ottima qualità, con caratteristiche tecniche diverse e gli studi scientifici a riguardo sono spesso contrastanti.

Piccolo approfondimento tecnico che mi permette di farvi capire la mia scelta:

Esistono bioimpedenziometri che funzionano in monofrequenza (cioè fanno passare una singola corrente alternata di 50 kHz) e in multi frequenza (cioè che inviano più correnti alternate, in genere dai 5 ai 250 KHz).

Quelli in monofrequenza si basano sul presupposto che una corrente alternata di 50 kHz passa attraverso la maggior parte dei tessuti corporei fornendo una buona stima della TBW (total body water – acqua corpora totale) e della FFM (fat free mass – massa magra). Inoltre gli strumenti in monofrequenza sono i più “anziani”, sviluppati a partire dagli anni ’80 e con molta letteratura scientifica di riferimento.

I dispositivi in multifrequenza, invece, sono nati all’incirca negli anni ’90 e permettono di identificare meglio come è distribuita l’acqua corporea (cioè quanta intra – ICW e quanta extracellulare- ECW). Questo li rende più adatti alla misura di soggetti patologici (la quantità di ECW è predittiva dello stato di salute).

Difficile stabilire quale dei due sia la metodica migliore…

Quindi, dopo anni di riflessioni, ho deciso di prendere entrambi gli strumenti! Questo mi permette di individuare più facilmente gli errori di misurazione e di valutare in modo preciso e sofisticato le variazioni corporee durante il percorso. Di conseguenza posso agire sul paziente con terapie/comportamenti mirati e valutare nel tempo se le terapie in atto stanno portando o meno a dei reali benefici.

Segnalo alcuni dei parametri forniti dai due impedenziometri, giusto per far capire la moltitudine di dati rilevata:

– TBW, ICW, ECW (acqua corporea totale, intra ed extra cellulare)

– FFM (massa magra) che comprende muscolo e organi

– FM (massa grassa) che comprende grasso intramuscolare, grasso addominale e grasso sottocutaneo

– ANGOLO DI FASE PA – parametro elettrico correlato allo stato di salute, alla forza e alla qualità della massa muscolare

– HPA Axis Index ( andamento circadiano dell’espressione degli ormoni dello stress, cioè posso capire se il rilascio di cortisolo giornaliero rispetta i ritmi naturali o no)

– ECM ( matrice extracellulare, sede delle “tossine” corporee e degli scambi tra cellule)

– T-score per valutare la densità dell’osso

Metabolismo basale, cioè kcal bruciate a riposo

– Metabolismo degli organi (cervello, fegato, reni, ecc.)

– Quantità di proteine totali

– Quantità di minerali

Stato infiammatorio generale

– … e molti altri…

Alcuni report di esempio:

Le 3 schermate mostrano un caso di una persona sottopeso, con poca massa muscolare e massa grassa nella norma, con stato infiammatorio alto (ECW alta, angolo di fase basso).

Ma non siamo solo corpo…

Ormai sappiamo con certezza che c’è una correlazione tra psiche-cervello-organo, cioè mente e corpo sono una cosa sola.

È una correlazione che per certi versi è facile da individuare, ma sulla quale è difficile lavorare poiché un professionista non potrà mai fare il lavoro al posto del paziente, conoscere tutta la sua storia personale e il suo percepito.

Ci sono però degli strumenti che permettono, se non altro, di prendere consapevolezza della propria situazione. Da un lato lo studio di discipline considerate “alternative” ma che si sono dimostrate efficaci (come la medicina tradizionale cinese, le 5 leggi biologiche di Hamer, la riflessologia, ecc.) e permettono di identificare l’area dove cercare il problema che poi si ripercuote, sotto forma di sintomo, sull’organismo. Dall’altro si può lavorare sull’umore e il sistema nervoso con la respirazione corretta e con alcuni cambiamenti sullo stile di vita e l’alimentazione.

Il dispositivo medico PPG STRESS FLOW permette l’analisi, il monitoraggio e il biofeedback del sistema nervoso autonomo (cioè quello simpatico e parasimpatico) e della variabilità della frequenza cardiaca (in parola povere: quanto varia il nostro battito cardiaco nel tempo). Si tratta di una misurazione pletismografica che in totale dura circa 10-15 minuti, non è dolorosa ne invasiva, si applicano semplicemente due “pinze” (simili a quella in foto) su indice destro e sinistro, che rilevano tutti i dati in pochi minuti.

A cosa serve il ppg stress flow?

dal sito: http://www.biotekna.com

• Monitoraggio della sindrome generale di adattamento e dei disturbi correlati allo stress;

• Diagnostica e monitoraggio dei disturbi infiammatori cronici e delle patologie autoimmuni;

• Analisi delle espressioni psicologiche e delle emozioni;

• Aumento della performance sportiva;

• Longevità e performance psicofisica.

Spiegato semplice semplice, mi permette di analizzare in modo scientifico l’alto livello di stress psicofisico (che dilaga nell’attuale società) e i livelli di infiammazione corporea.

Inoltre, tramite lo strumento, posso dare al paziente una sorta di piccola “terapia respiratoria” per correggere eventuali squilibri.

So che molti non capiranno e/o non accetteranno la mia scelta di rendere le consulenze così dettagliate, ma l’intento è quello di dare un servizio più ampio e completo possibile. La corretta nutrizione, pur essendo parte fondamentale, essenziale per il benessere, da sola non è sufficiente a riequilibrare la persona che va valutata a tutto tondo e accompagnata nella ricerca della sua salute e del suo equilibrio, anche grazie ai diversi professionisti con cui collaboro (personal trainer, psicologa, fisioterapista/osteopata).

Lo zucchero fa ingrassare?

Una delle prime indicazioni che dò in un percorso nutrizionale è quella di eliminare totalmente lo zucchero e spesso mi viene chiesto se esiste un’alternativa da usare ad esempio nel caffè o per preparare dei dolcetti più sani.

La risposta è “NOOOOOO, vade retro Satana!” 😀

Scherzi a parte, non esiste “un’alternativa” allo zucchero, per il semplice motivo che lo zucchero da tavola (saccarosio) non è un nutriente indispensabile per la salute, anzi!

Diverso è se si parla di zuccheri intesi come carboidrati, naturalmente presenti negli alimenti. In questo caso ci si riferisce ad un’ampia categoria di cibi che comprende: carboidrati semplici (chiamati anche “zuccheri” ed è qui che nascono gli equivoci…) e carboidrati complessi.

I carboidrati semplici o “zuccheri” sono sostanze composte da 1 o 2 molecole (mono- e di-saccaridi) come il glucosio, il fruttosio, galattosio, il lattosio, il saccarosio (chè è lo zucchero da tavola) oppure da catene di zuccheri un po’ più lunghe chiamate oligosaccaridi (es. maltodestrine).

I carboidrati complessi invece sono lunghe o lunghissime catene di zuccheri, che formano delle strutture per l’appunto complesse (amidi, fibre, glicogeno). Questi, per essere digeriti, vengono rotti in pezzi più piccoli dal nostro apparato digerente e sono, quindi, assimilati più lentamente (indice glicemico minore rispetto agli zuccheri semplici).

Tornando allo “zucchero” inteso come zucchero da tavola (saccarosio), non si può dire che fa male perchè in realtà nessun alimento da solo fa male di per sé.. dipende tutto dalla dose, dal contesto, dalla frequenza di assunzione. Certo è che, IN GENERALE, meno se ne consuma e meglio è.

Il nostro corpo non ha nessuna necessità di prendere carboidrati da zuccheri aggiunti ed è per questo che nella Healthy Eating Pyramid (Piramide del mangiar sano di Harvard) i dolci e le bevande zuccherate si trovano al vertice, a indicare che andrebbero consumati il meno possibile, solo occasionalmente e in via del tutto facoltativa.

Harvard – School of Public Health

Infatti gli zuccheri aggiunti non apportano benefici per la salute, sono calorie così dette “vuote” perché, pur avendo un potere energetico, non portano con sé vitamine, minerali, antiossidanti o altre sostanze bioattive.

L’AHA (American Heart Association) consiglia di non superare i 6 cucchiaini al giorno di zucchero aggiunto (24g) per le donne e i 9 cucchiaini (36g) per gli uomini. Dai 2 ai 18 anni sono consigliati meno di 6 cucchiaini al giorno mentre è proprio sconsigliato l’utilizzo di zucchero sia in forma liquida che solida nei primi 2 anni di vita.

Le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) riportano queste raccomandazioni:

  1. Ridurre l’introito di zuccheri il più possibile per tutto il corso della vita.
  2. Sia nei bambini che negli adulti, di stare al di sotto della soglia del 10% delle kcal derivate da zuccheri nella giornata. Quindi se prendiamo come esempio un fabbisogno giornaliero di 2000 kcal abbiamo a disposizione 200 kcal da zuccheri (ovvero 50g al giorno).
  3. Suggerisce inoltre, sebbene in questo caso vi siano meno evidenze, che sarebbe meglio stare al di sotto della soglia del 5% di kcal giornaliere derivate da zuccheri (quindi su 2000 kcal parliamo di 25g).

In questo caso, però, per “zuccheri” si intendono tutti i monosaccaridi e disaccaridi aggiunti ai cibi (es. in quelli confezionati) e anche quelli NATURALMENTE PRESENTI in miele, sciroppi, succhi di frutta e concentrati di frutta.

L’OMS specifica che queste raccomandazioni sono basate su evidenze scientifiche che mettono in relazione l’assunzione di zuccheri con il peso corporeo e le carie dentali; l’eccesso di peso correlato con l’assunzione di zuccheri è il risultato di un ECCESSO CALORICO.

Quindiiiiii…… è l’eccesso calorico che fa ingrassare! Consumando molti zuccheri semplici è facile eccedere con le calorie a causa dei ripetuti picchi glicemici durante la giornata che portano ad avere più fame e voglia di carboidrati. Inoltre, essendo calorie vuote, resta quella che viene definita “fame cellulare”, cioè la fame di nutrienti essenziali (come vitamine e minerali fondamentali per le funzioni cellulari) che porta inconsciamente il cervello a cercare più cibo. Lo zucchero da solo non fa ingrassare (come nessun alimento preso singolarmente!) ma porta ad un complesso di comportamenti che facilmente inducono a ingrassare.

Facciamo qualche conteggio giusto per farci un’idea…

1 cucchiaino di zucchero corrisponde a circa 4g. In una lattina di bibita gassata ci sono circa 30-40g di zucchero il che significa che bevendo una sola lattina al giorno di coca cola o aranciata si raggiunge quasi la quota giornaliera a disposizione. 30-40g di zucchero equivalgono a circa 8-10 cucchiaini… pensate…Mettereste mai 10 cucchiaini di zucchero in un bicchiere d’acqua?? Eppure c’è chi beve 1 L di bibite al giorno come se niente fosse… (cioè 30 cucchiaini!).

Faccio l’esempio di una giornata-tipo che mi viene raccontata di frequente in studio:

COLAZIONE: caffè-latte con 1 cucchiaino di zucchero, 4-5 biscotti

SPUNTINO MATTINA: 1 frutto, 1 caffè con 1 cucchiaino di zucchero

PRANZO: 1 piatto di pasta al pomodoro con grana, 1 caffè con 1 cucchiaino di zucchero. Olio di oliva.

SPUNTINO POMERIGGIO: 1 yogurt alla frutta magro

CENA: carne o pesce con verdure e un pezzetto di pane. Olio di oliva.

DOPO CENA, quando viene voglia di qualcosina di dolce: un piccolo gelato.

Totale calorie: 2000 circa con carboidrati totali 255g, di cui zuccheri 117g (più del doppio rispetto a quanto consigliato dall’OMS, ovvero 50g su 2000 kcal). Quantità di zuccheri aggiunti stimata in questa giornata-tipo: tra i 50 e i 60g (circa 14 cucchiaini). Secondo l’AHA questa donna ha consumato circa 8 cucchiaini in più al giorno di zucchero aggiunto (cioè 56 cucchiaini a settimana = circa 900 kcal in più a settimana = 1,3 etti di grasso in più a settimana = 0,5 kg di grasso in più al mese).

So che il mezzo kg di massa grassa in più al mese resterà più impresso nella mente rispetto agli 8 cucchiaini in più al giorno di zucchero!

Pensate ad un bambino di 5-6 anni che dovrebbe stare ben al di sotto dei 6 cucchiaini di zucchero al giorno e che spesso, invece, vedo mangiare “come un adulto” ,bevendo anche un bel bicchierone di tè freddo o aranciata e magari un dolcetto a merenda e dei biscotti a colazione!

Zucchero nascosto

Anche se la maggior parte di noi consuma zucchero principalmente aggiunto alle bevande o nei dolci, bisogna fare attenzione anche a quello aggiunto nei prodotti confezionati “insospettabili” (es. fette biscottate, yogurt, cereali da colazione, ma anche salumi, prodotti in lattina, ecc.).

Qualche esempio:

Cereali da colazione integrali (considerati sani):

Immagine da: https://ilfattoalimentare.it/mortadella-bologna-igp-citterio-esselunga.html

Attenzione: nelle etichette dei prodotti industriali lo zucchero si trova anche con altri nomi o forme (ma con lo stesso effetto sull’organismo): sciroppo di glucosio, sciroppo di glucosio-fruttosio, zucchero invertito, saccarosio, destrosio, destrina, glucosio, sciroppo di mais, sciroppo di caramello o caramello E150, zucchero di cocco o d’uva, sciroppo di riso, maltodestrine e chi più ne ha più ne metta!

Altra dicitura ingannevole: zucchero di canna. Per molti “di canna” significa “integrale” ma non è così… lo zucchero può essere di canna da zucchero o di barbabietola da zucchero. Entrambi possono poi essere raffinati (bianchi) o lasciati grezzi (integrali). L’unico vantaggio dello zucchero integrale (che non è quello un po’ colorato delle bustine del bar, ma è quello marrone intenso, dal sapore simile alla liquirizia, a grani un po’ più grossi) è che non è completamente “vuoto” ma contiene un po’ di minerali.

Zucchero e microbioma intestinale

Non meno importante rispetto all’effetto sul peso corporeo è l’effetto di una dieta ricca di zuccheri sulla composizione dei nostri amici, i batteri intestinali.

Come si legge in questo articolo, topi nutriti con diete ricche di zuccheri sono più suscettibili all’infiammazione del colon indotta rispetto a topi alimentati con una dieta normale. Gli zuccheri hanno alterato la composizione del microbiota intestinale, aumentando i livelli di batteri come Akkermansia muciniphila, che è stato correlato all’infiammazione intestinale ed è noto per la produzione di enzimi che possono degradare lo strato di muco che protegge il rivestimento dell’intestino.

I risultati suggeriscono che una dieta ad alto contenuto di zucchero cambia la composizione microbica intestinale, predisponendo o esacerbando la colite. Il nostro studio mostra quindi chiaramente l’importanza della dieta in termini di prevenzione.

Il mio consiglio

Per esperienza ho visto che nella maggior parte delle persone “meno è meglio” (anche piccole dosi aumentano disturbi di stomaco e intestino o fanno da “innesco” per scatenare piccole e grandi abbuffate).

È preferibile quindi evitare totalmente gli zuccheri aggiunti (e consumare una dose adeguata di quelli naturali) per almeno 2-3 settimane per ridurre la dipendenza dal “dolce” e riacquistare il piacere di gusti più naturali. Possiamo poi continuare cercando di non usare zucchero nella quotidianità e concedercelo, magari, durante le occasioni sociali, mangiando prima un pasto il più possibile completo con verdure, cereali integrali e proteine (dando priorità alle verdure). Chiaramente ogni persona è diversa e va valutata la frequenza di assunzione con il professionista (ad esempio nel caso di sportivi e/o persone sottopeso, donne con amenorrea per carenza di massa grassa e in altri casi particolari si può pensare ad una strategia diversa che includa una piccola quota di zuccheri anche giornaliera).

Fonti:

Di cosa è meglio morire?

Sono ormai un paio d’anni che la nostra “mente collettiva” è concentrata, giustamente, sull’epidemia e tutto quello che ci va dietro. È inevitabile.

Quello che secondo me è curioso è constatare come molte persone siano disposte ad accettare un cambio di vita drastico come restare rinchiusi in casa, indossare incessantemente mascherine, visiere, occhiali e quant’altro, chiudere l’attività lavorativa, iniettarsi di corsa un “vaccino” e/o farsi trapanare il naso con i tamponi ogni 48 h, ecc., tutto questo, giustamente, per paura di contagiarsi e per il bene della collettività…

Al contrario, però, la maggior parte delle persone NON è disposta ad accettare un cambio di vita meno drastico, come fare attività fisica tutti i giorni e mangiare sano, per evitare patologie future, migliorare la propria qualità di vita e per il bene della collettività (le patologie croniche pesano sulla sanità pubblica)!

Mi sono chiesta il perché… forse saprà rispondermi qualche psicologo/a o qualche esperto di mente umana! Io mi sono fatta l’idea che molto sia dovuto alla percezione del tempo che abbiamo a disposizione: un virus può contagiare in un attimo e portare a gravi conseguenze nel breve termine, quindi è un pericolo imminente, del momento presente. Una patologia come il diabete o il cancro, invece, ci mette anni a svilupparsi e forse questo lasso di tempo molto grande non ci fa percepire la pericolosità di queste malattie.

Questa riflessione mi ha portata a dare un’occhiata più da vicino ad alcuni dati e vorrei condividere con voi quello che ho trovato e la mia opinione a riguardo…

I morti per Covid-19:

  • I morti da inizio pandemia, quindi in quasi 2 anni, nel mondo sono stati 5.044.654 (aggiornati all’8 novembre 2021). Questo significa che, facendo una media, sono circa 2,5 milioni di morti in un anno.  
  • In Italia: 132.391 da inizio pandemia (dati aggiornati al 7 novembre 2021), quindi circa 66.000 in un anno. Per correttezza preciso che bisogna tener conto di molti fattori (a inizio pandemia mancavano dispositivi di sicurezza, protocolli terapeutici, gli ospedali erano al collasso, ecc.) quindi in realtà nel 2020 i morti sono stati di più rispetto al 2021. Dai dati della protezione civile al 31 dicembre 2020 i morti per Covid-19 erano 74.159, mentre dal 31/12/20 al 7/11/21 i morti stimati sono 58.232.

I dati arrivano dal ministero della salute e dalla protezione civile:

https://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5338&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

https://mappe.protezionecivile.gov.it/it/mappe-emergenze/mappe-coronavirus/situazione-desktop

Certo, la mortalità per (o con) Covid-19 è sicuramente alta! E credo che la situazione non sia ancora molto chiara (ad esempio sono da considerare morti Covid-19 anche quelle persone che avevano più patologie? O al contrario c’è stata una sottostima dovuta alle persone morte di polmonite prima di febbraio 2020 che non sono state conteggiate? Forse non lo sapremo mai…).

Ma qual è l’impatto delle altre patologie di cui sembra che ci siamo quasi dimenticati? La principale causa di morte in Italia, stando al sito Italiaindati (che riporta dati Istat) nel 2018 al primo posto c’erano le malattie cardiovascolari con circa 220.000 morti in un anno! I morti per tumori erano circa 180.000 e quelli per malattie del sistema respiratorio circa 51.000.

https://italiaindati.com/cause-di-morte-in-italia/ 

Come si può vedere nel grafico sotto, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) conferma queste tendenze anche per i paesi occidentalizzati (non mi addentrerò nel tema dei paesi in via di sviluppo…).

 
https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/the-top-10-causes-of-death

Le principali cause di morte sono: cardiopatie ischemiche al primo posto, seguite da Alzheimer e altre demenze, ictus, tumori della trachea, bronchi e polmoni, malattie polmonari ostruttive croniche, infezioni delle basse vie respiratorie, tumore del colon e retto, malattie renali, malattie legate all’ipertensione, diabete mellito.

Queste patologie croniche, soprattutto quelle del cuore, i tumori e il diabete sono molto influenzate dallo stile di vita! Allora perché se la prevenzione ha dimostrato una grande efficacia non ci si impegna abbastanza per metterla in atto???

Tra l’altro una parte di complicanze da Covid-19 si presenta più facilmente proprio in persone che hanno già malattie croniche come si legge nel rapporto ISTAT :

“Associate a COVID-19, le concause più frequenti che contribuiscono al decesso sono le cardiopatie ipertensive (18% dei decessi), il diabete mellito (16%), le cardiopatie ischemiche (13%), i tumori (12%). Con frequenze inferiori al 10% vi sono le malattie croniche delle basse vie respiratorie, le malattie cerebrovascolari, le demenze o la malattia di Alzheimer e l’obesità.”

https://www.istat.it/it/files//2020/07/Report_ISS_Istat_Cause-di-morte-Covid.pd

E noi cosa facciamo per affrontare tutto ciò? Ci chiudiamo in casa a rimpinzarci di pizze, focacce, torte e alcol?? Magari con qualche “sigaretta” nel mezzo …

Concedetemi la “battuta”: nel mio piccolo ho visto più pandemia da “ingrassamento in lockdown” che da Covid-19 (ovviamente è soltanto una provocazione per far capire come tantissime persone hanno avuto ripercussioni sulla salute diverse dal Covid, come aumento di peso o depressione, durante il lockdown).

Dovremmo anche considerare il fatto che queste patologie croniche, sebbene non intasino le terapie intensive in modo massiccio e veloce come lo può fare una patologia infettiva, sono un costo sanitario e sociale non da poco!

Per approfondire si veda questo articolo di Aboutpharma dove sono riportati i dati del sedicesimo rapporto Osservasalute che dice:

“Rapporto Osservasalute: le malattie croniche assorbono l’80% della spesa sanitaria. Ogni dieci euro di spesa sanitaria, otto vengono impegnati per la gestione delle malattie croniche”.

L’OMS afferma che “la maggior parte delle malattie cardiovascolari può essere prevenuta evitando il tabacco, i cibi malsani, l’obesità, l’inattività fisica e l’abuso di alcol. Gli effetti di questi comportamenti a rischio si riflettono nell’individuo tramite: innalzamento della pressione arteriosa, del glucosio e dei grassi nel sangue, sovrappeso e obesità. L’eliminazione del tabacco, la riduzione del sale nella dieta, mangiare più frutta e verdura, fare attività fisica regolarmente ed evitare un uso pericoloso dell’alcol hanno mostrato, al contrario, di ridurre il rischio cardiovascolare.

https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cardiovascular-diseases-(cvds)

Semplice no?

Sempre dall’OMS:

“Nel 2019 circa 1,5 milioni di morti sono state direttamente causate dal diabete. Nel 2012 2.2 milioni di morti sono stati attribuibiti a glucosio alto nel sangue. Una dieta sana, un’attività fisica regolare, mantenere il peso normale ed evitare il tabacco sono modi per prevenire o ritardare l’esordio del diabete 2. Questo tipo di diabete è in gran parte il risultato dell’eccesso di peso corporeo e dell’inattività fisica.”

Un altro tema scottante del momento è l’inquinamento ambientale che, come vedremo, ha anch’esso un impatto notevole sulla salute. Uso come fonte sempre l’OMS:

Fattori di rischio ambientali come l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, l’esposizione a sostanze chimiche, il cambiamento climatico e le radiazioni ultraviolette contribuiscono a più di 100 malattie e traumi.”

Nel 2012 circa 12,6 milioni di persone sono morte a cause del vivere o del lavorare in un ambiente non sano.

La seconda edizione del rapporto “Preventing disease through healthy environments: a global assessment of the burden of disease from environmental risks”, rivela che da quando il report è stato pubblicato per la prima volta una decina d’anni fa, le morti dovute a malattie non trasmissibili (NCDs), per gran parte attribuite all’inquinamento dell’aria (inclusa l’esposizione al fumo passivo) ammontano a circa 8,2 milioni.

“Un ambiente sano è alla base di una popolazione sana” dice la Dr.ssa Margaret Chan (direttore generale dell’OMS dal 2007 al 2017) e “se i paesi non intraprenderanno azioni per rendere sano l’ambiente dove le persone vivono e lavorano, milioni di persone continueranno ad ammalarsi e morire troppo giovani”.

Il rapporto ha trovato che i rischi ambientali colpiscono principalmente i bambini sotto i 5 anni e gli adulti tra i 50 e i 75 anni. Annualmente la morte di 1,7 milioni di bambini sotto i 5 anni e 4,9 milioni di adulti tra i 50 e i 75 anni potrebbe essere prevenuta attraverso una miglior gestione dell’ambiente.

Osservando più di 100 categorie di patologie e traumi il rapporto ha dimostrato che le cause principali di morte correlate all’ambiente sono le malattie del cuore come ictus e cardiopatia ischemica (ictus: 2,5 milioni di morti all’anno, cardiopatia ischemica: 2,3 milioni di morti all’anno).

Il rapporto, inoltre, cita strategie comprovate per migliorare l’ambiente e prevenire le malattie. Ad esempio l’utilizzo di tecnologie e combustibili puliti per far funzionare la cucina, il riscaldamento e l’illuminazione ridurrebbero le infezioni respiratorie croniche, le malattie cardiovascolari e le ustioni. Aumentare l’accesso all’acqua sicura, a servizi igienici adeguati e promuovere il lavaggio delle mani ridurrebbe le malattie diarroiche.

La legislazione sul tabacco (ambienti tabacco free) riducono l’esposizione al fumo passivo e di conseguenza si riducono le malattie del cuore e le infezioni respiratorie.

Migliorare il trasporto e la pianificazione urbana e costruire alloggi efficienti dal punto di vista energetico ridurrebbe le malattie legate all’inquinamento atmosferico e promuoverebbe un’attività fisica sicura.

https://www.who.int/news/item/15-03-2016-an-estimated-12-6-million-deaths-each-year-are-attributable-to-unhealthy-environments

“L’inquinamento atmosferico causato dai combustibili fossili come il carbone e il petrolio è stato responsabile di 8,7 milioni di morti a livello globale nel 2018” secondo una ricerca pubblicata sul The Guardian.

L’enorme numero di morti è superiore alle stime precedenti e ha sorpreso anche i ricercatori dello studio. “Inizialmente eravamo molto titubanti quando abbiamo ottenuto i risultati perché sono sorprendenti, ma stiamo scoprendo sempre di più sull’impatto di questo inquinamento”, ha detto Eloise Marais, geografa dell’University College di Londra e coautrice dello studio. “È pervasivo. Più cerchiamo impatti, più troviamo”.

https://www.theguardian.com/environment/2021/feb/09/fossil-fuels-pollution-deaths-research

“L’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di contrarre il coronavirus? Fa peggiorare i sintomi?”

Questa è la domanda che è stata posta al direttore di Harvard Chan C-change (che sta per Climate Change).

La sua risposta:

“Recenti ricerche condotte da Rachel Nethery, Xiauo Wu, Francesca Dominici e altri colleghi alla Harvard Chan hanno evidenziato che le persone che vivono in luoghi con scarsa qualità dell’aria hanno più probabilità di morire di Covid-19, anche quando si tiene conto di altri fattori che possono influenzare il rischio di morte come condizioni mediche preesistenti, stato socioeconomico e accesso all’assistenza sanitaria.”

Questi risultati sono coerenti con quanto dimostrato da precedenti ricerche che evidenziano come le persone esposte all’inquinamento dell’aria e le persone che fumano hanno sintomi peggiori dovuti a infezioni respiratorie rispetto a quelli che respirano aria più pulita e non fumano.

Per chi fosse interessato è anche presente una lista di pubblicazioni scientifiche inerenti l’inquinamento e le infezioni respiratorie:

https://www.hsph.harvard.edu/c-change/subtopics/coronavirus-and-climate-change/

E la dieta? Può avere un ruolo?

Nel 2017 11 milioni di morti e 255 milioni di DELY (Disability-Adjusted Life-Years, ovvero anni di vita adeguati alla disabilità, un’unità di misura che indica un anno perso di vita in salute) erano attribuibili a fattori di rischio dietetici. Alto consumo di sodio (3 milioni di morti e 70 milioni di DALY), basso consumo di cereali integrali (3 milioni di morti e 82 milioni di DALY), basso consumo di frutta (2 milioni di morti e 65 milioni di DALY) sono i principali fattori di rischio dietetici globali. “Questi dati “dietetici”, però, derivano da risorse miste e non erano disponibili per tutti i paesi, il che può rendere le stime incerte”, dichiara il Lancet, ma a mio avviso sono comunque indicativi dell’impatto che può avere il cibo sulla salute.

https://www.thelancet.com/article/S0140-6736(19)30041-8/fulltext

Il CDC (Center for Disease and Control Prevention) dichiara:

“La buona notizia è che abbiamo il potere di aiutare a prevenire le malattie croniche, poiché apportare cambiamenti positivi alla dieta e allo stile di vita può aiutare a ridurre il rischio. Mangiare cibi sani, fare abbastanza esercizio fisico e astenersi dal tabacco e dall’uso eccessivo di alcol conferisce numerosi benefici per la salute, inclusa la possibile prevenzione dell’insorgenza di malattie croniche

E continua riassumendo i comportamenti “chiave” da trasformare in abitudine, per prevenire queste patologie:

  1. non fumare
  2. mantenere un peso salutare
  3. essere attivo
  4. seguire una dieta sana
  5. Studi approfonditi consentono di collegare la riduzione del rischio a queste abitudini. Seguire uno stile di vita sano può prevenire oltre l’80% dei casi di malattia coronarica, [24, 25] il 50% degli ictus ischemici, [26] l’80% delle morti cardiache improvvise, [27] e il 72% delle morti premature legate a malattie cardiache.

In pratica dieta e attività fisica diventano delle vere e proprie terapie che andrebbero prescritte dal medico!

È inutile ricorrere all’ultimo integratore di moda per le difese immunitarie (penso che in questo momento di pandemia siano in assoluto i più venduti!) se poi però alla base non c’è uno stile di vita sano!

Ed è poco utile, secondo me, rinchiudersi e prendere precauzioni per evitare il contagio se poi dentro casa si sta svaccati sul divano a vedere serie Tv mangiando pizze e patatine! Certo, mi proteggo dal SARS-Cov-2 sul momento, ma muoio di altro in un futuro non troppo lontano oppure peggioro drasticamente il rischio di complicazioni da Covid-19!

E allora? Di cosa è meglio morire?

Lancio una provocazione… e se per ottenere il green pass dovessimo adottare dei comportamenti salutari come fare almeno una passeggiata al giorno di 30 minuti, mangiare almeno mezzo kg di vegetali al giorno, non fumare, adottare una dieta vegetariana almeno per l’80% in modo da ridurre l’impatto ambientale nel mondo, mangiare solo cibo biologico e locale, evitare gli zuccheri e l’alcol, limitare l’uso dell’auto, ecc.?? Questa sì che sarebbe una misura sanitaria davvero efficace a livello globale! 😉

Vi lascio con un paio di grafici che mettono a confronto i vari morti. Non è mia intenzione minimizzare le morti da Covid-19 (anche perché, come potete vedere, non sono certo all’ultimo posto!), ma semplicemente porre la giusta attenzione ad altri fattori di cui invece spesso ci dimentichiamo e che sono ugualmente un’emergenza di cui occuparci (con stile di vita sano e riduzione DRASTICA e URGENTE dell’impatto ambientale delle attività umane!).

Numero di morti in base alla causa, nel mondo, nel 2017:

Stay Healthy and Live Well !

Vaneggiamento del sabato mattina: è davvero importante perdere quel kg sulla bilancia??

Probabilmente a qualcuno di voi non piacerà leggere quanto segue, ma non è importante, l’obiettivo è un altro…

Sabato, all’alba, ero in quella fase di dormiveglia in cui non si riesce a dormire, ma nemmeno ad alzarsi e intanto pensavo e pensavo e pensavo… insomma, mi sono fatta da sola tutto un ragionamento e questo in realtà mi ha dato le forze per tirarmi su dal letto e iniziare a scrivere. Non perché fossero pensieri particolarmente illuminanti, ma semplicemente non volevo “perderli” e anzi, ho pensato di condividerli perché non si sa mai, potrebbero fungere da spunto di riflessione per altri come me (o anche diversi da me…).

I tutto è partito dal ricordo di una paziente del giorno prima, che vedendo l’aumento di ben 200g (0,2 kg) sulla bilancia, era insoddisfatta del percorso. E allora mi è partito un pensiero un po’ “critico” (sono umana anch’io): ci rendiamo conto di quanto tempo perdiamo a fissare quel numero sulla bilancia? A pensare a come fare a modificarlo, a dirci parole brutte perché non riusciamo a farlo scendere o per il terrore che aumenti? Ci rendiamo conto di quanto sia futile?

Lo ammetto, spesso il mio lavoro mi sembra inutile e, per certi versi, uno spreco di tempo… perché??

Perché per la maggior parte delle volte mi ritrovo a dover spiegare che se il peso oscilla di qualche grammo è perfettamente normale oppure devo cercare di sfatare falsi miti sull’alimentazione come “ho il metabolismo lento” , “mangio poco eppure ingrasso”, “mangio tanto ma il peso non sale”, “i carboidrati mi gonfiano”, ecc.

Altre volte impiego un’intera consulenza per ribattere a obiezioni e convinzioni del tipo “ma in internet ho letto che…”,  “non ce la farò mai, per me è impossibile”, “questa dieta ha troppe proteine..” (troppe rispetto a chi o a cosa??), “in questa dieta c’è troppo da mangiare, cosi non calerò mai”,  “ho fatto la dieta ma non funziona” (vi dico un segreto… QUALSIASI DIETA FUNZIONA per la perdita di peso se è ipocalorica), ecc.

Sono consapevole che tutti noi abbiamo le nostre convinzioni (che spesso ci bloccano nel raggiungimento dell’obiettivo) e che il ruolo del professionista è anche quello di farle affiorare per poterci poi lavorare…ma sono anche consapevole che, mentre noi (professionisti e clienti) pensiamo a queste “piccolezze” (relative, certo) nel mondo intanto la vita va avanti, meravigliosa… la primavera non si ferma alla prima ghiacciata inaspettata, gli alberi continuano a fiorire e le api, anche se sono sempre meno, fanno il loro importante lavoro di impollinazione, gli animali selvaggi riescono a sopravvivere in condizioni climatiche estreme ed è pazzesco,  le balene, tanto per fare un esempio, percorrono migliaia di km per riprodursi, la natura ci regala paesaggi mozzafiato in tutto il mondo, esistono una miriade di persone volenterose che aiutano altre persone o bambini o animali in difficoltà e ancora, ogni giorno nasce qualcuno (che non so se sia effettivamente un bene vista la sovrappopolazione… ), ogni giorno, per ora e chissà per quanto ancora, quella stella responsabile della nostra vita, il sole, continua a “bruciare” permettendoci di fare questa esperienza terrena e, assieme alla rotazione terrestre, ci dona anche due tra gli spettacoli più belli al mondo: l’alba e il tramonto…

Allo stesso tempo ogni giorno nel mondo succedono cose orribili…. La gente muore continuamente e a volte nei modi più assurdi (e pensi ma come cavolo è possibile morire così??), ci sono guerre, ingiustizie, sofferenze, catastrofi, abusi, ogni giorno c’è un vegano che uccide una foglia di insalata (non riesco a star serie per troppo tempo) e ogni giorno, a causa di miliardi di onnivori, si allevano con sofferenze atroci e si uccidono, in breve tempo, milioni di animali (nel 2019 sono stati consumati 511 milioni di polli e in italia nel 2019 eravamo in 60 milioni di persone), ogni giorno vengono devastati fondali marini per la pesca o vengono inquinate le acque per l’allevamento di pesci (tra l’altro tutti ammassati, feriti, infetti), vengono immesse nell’ambiente tonnellate di plastica, di emissioni di CO2, di radiazioni e chissà quante altre sostanze (basta pensare alla Miteni, qui vicino, che ha inquinato con gli Pfas le acque del vicentino), incendi dolosi, deforestazioni, uccisione violenta e brutale di animali da pelliccia (però cani e gatti li trattiamo meglio dei figli!). Potrei continuare all’infinito…

“Ogni giorno, in Africa, non importa che tu sia un crotalo o un pavone, l’importante è che se muori me lo dici prima” citazione solo per esperti del trio Aldo Giovanni e Giacomo (non ho resistito… bisognava sdrammatizzare…).

Torniamo seri.

Siete ancora focalizzati sul mezzo kg sulla bilancia??

Per fortuna ogni tanto mi ricordo alla grande opportunità che ho… posso esprimere i miei pensieri, soprattutto nel lavoro, e posso forse far riflettere da un altro punto di vista.

Il cibo non è solo nutrimento, riempimento di bisogni emotivi o il “cattivo” responsabile della nostra immagine allo specchio, scegliendo il cibo che mettiamo in tavola possiamo fare la differenza, lo dimostra il fatto che fino ad una decina d’anni fa non andava così di moda il “green” , “l’ecofriendly”, la “sostenibilità”, ecc.

Quando ero più brava come vegetariana, al liceo e all’università, mi ricordo perfettamente che mi dicevano che tanto le cose non cambieranno, che gli animali muoiono lo stesso e l’inquinamento ci sarà lo stesso, ecc.

Eppure, guardate com’è cambiato il mondo…

Possiamo fare tantissimo.

Oltre a chiederci quante calorie ha questo cibo o qual è il suo indice glicemico o se ha glutine/lattosio o se va bene per il nostro DNA, ecc., chiediamoci anche da dove viene questo cibo, chi o cosa l’ha prodotto, come influenzerà l’ambiente, quali costi avrà (non solo in termini economici, ma anche ambientali e sanitari!).

Ormai non sono più vegetariana “pura”, son un essere umano e cedo per vari motivi… i pasti in compagnia, la mancanza, a volte, di alternative sane e vegetariane nei ristoranti, la necessità di un pasto proteico, un mal di pancia che costringe a evitare cibi vegetali, ecc., ma questo non significa che ho rinunciato ai miei valori.

Quanta differenza c’è nel mangiare petto di pollo tutti i giorni (che arriva quasi sempre da polli Broiler, selezionati per avere il petto talmente grande da non riuscire a camminare) o magari mangiare anche altre parti di pollo ruspante, allevato in libertà, 1 volta a settimana?

Quanta differenza fa acquistare pesci pescati, e non allevati, di piccola taglia come le sardine e gli sgombri? Oppure pesce più a basso impatto ambientale come i molluschi?

Quanta differenza fa mangiare formaggi di malga, da mucche o capre o pecore libere, che pascolano all’aria aperta mangiando erbe selvatiche, amate e curate dai propri custodi?

Quanta differenza fa mangiare uova di galline libere, alimentante a granaglie ed erbe selvatiche, che possono gironzolare tranquille per il pollaio o per i campi? Lo sapevate che le galline sono esseri intelligenti e affettuosi?? Si fanno perfino coccolare…

Quanta differenza c’è nell’assaporare tutte le varietà di legumi del nostro territorio (vedi ad esempio i fagioli di Posina) e conservarle nel tempo valorizzando il lavoro dei nostri antenati, piuttosto che acquistare fagioli in scatola coltivati in America, Canada o Cina dove non vige la stessa legislazione sull’uso dei pesticidi?

Quanta differenza c’è nell’acquistare il cibo dalle piccole aziende agricole e capire che la verdura e la frutta che stai mangiando è proprio quella li, quella nel campo davanti a te, curata dalla persona che è davanti a te e che ti permette di mangiare cibo fresco, non trattato e soprattutto di stagione? Le fragole a gennaio, ad esempio, saranno trasportate in aereo con relative emissioni di CO2 oppure saranno coltivate in serra con relativo dispendio energetico e idrico!

In questo mio vaneggiare non voglio dare soluzioni che salveranno il mondo (non ne ho la pretesa), ma solo spunti per riflettere sulle nostre scelte. Anzi a dir la verità è stato più che altro uno sfogo, dettato dalla necessità di speranza che come me, sono sicura, ci saranno tante altre persone che condividono il mio pensiero e che difenderanno la terra.

Se il prossimo sabato mi sveglierò all’alba vi prometto che o inizio a contare le pecore e mi giro dall’altra parte o mi alzo subito e vado a camminare godendomi lo spettacolo del mattino, che mi fa anche meglio 😉

La dieta vegetariana/vegana fa bene?

Come sempre, non è una risposta semplice… non c’è un “si” o un “no”, ma un “dipende”.

Se diventare vegetariani/vegani ci fa stare bene emotivamente, perché magari ci sentiamo in pace con noi stessi, con la natura e gli animali (quindi per questioni etiche) allora sicuramente è un vantaggio, ma dal punto di vista strettamente fisiologico bisogna fare attenzione a:

  • apporto proteico
  • apporto di ferro
  • carenza di vitamina B12 e D
  • disturbi gastrointestinali

Faccio una premessa: è molto frequente che questi punti critici si riscontrino anche negli onnivori se non si segue una dieta sana, quindi, in realtà, è bene fare attenzione all’alimentazione indipendentemente che si sia vegetariani o meno!

Detto questo, le diete prevalentemente o strettamente vegetali hanno questi inconvenienti:

  • Se usiamo principalmente legumi e latticini come fonte proteica abbiamo 2 rischi: se ne mangiamo una quantità ridotta avremo un apporto ridotto di proteine perché sono fonti meno concentrate rispetto a carne e pesce, se invece ne mangiamo una quantità sufficiente, l’apporto proteico sarà rispettato, ma potremmo soffrire di disturbi gastro intestinali per eccesso di fibre o di lattosio. Ottime invece le uova che sono in genere ben tollerate, hanno un impatto ambientale basso, sono economiche e hanno proteine nobili (con buon profilo amminoacidico). Ahimè, le uova vengono spesso non considerate e mi chiedo ancora il perché… forse sono ancora associate all’aumento di colesterolo o considerate pesanti per il fegato, ma non è così.
  • La vitamina B12, per quanto ne sappiamo fin’ora, è presente solo negli alimenti di origine animale. Ottime fonti sono carne e pesce, minori quantità le troviamo in latticini e uova. Se si segue una dieta vegana è assolutamente necessario integrarla. Io penso che se una dieta necessita obbligatoriamente di integrazione… forse non è la dieta ideale per l‘uomo.
  • La vitamina D è carente in … quasi tutti! Possiamo assumerla in piccole quantità tramite cibi animali (è presente in particolare nell’olio di fegato di merluzzo e in minima parte nei pesci grassi, nei latticini di malga e nel tuorlo d’uovo) oppure possiamo sintetizzarla, a partire dal colesterolo, nella pelle grazie all’esposizione ai raggi solari. Il problema è che alla nostra latitudine, soprattutto in inverno e con l’alto tasso di inquinamento, è davvero difficile produrne una quantità sufficiente. Inoltre, per essere attivata la vitamina D deve subire delle reazioni a livello di fegato e reni e se questi organi non sono in buone condizioni si svilupperà più facilmente una carenza. È opportuno, quindi, controllarla tramite analisi del sangue ed eventualmente integrarla, qualunque tipo di dieta si stia seguendo!
  • Ferro: non è vero che il ferro si trova solo nella carne, in realtà ne sono ricchi molti vegetali, anche se la biodisponibilità è minore. Particolarmente ricchi sono il cacao, il radicchio verde e le lenticchie. Se il ferro vegetale viene associato a vitamina C (es. succo di limone fresco) la biodisponibilità aumenta. Quello che vedo nella pratica clinica è che spesso il ferro in vegetariani e vegani è carente più che altro per malnutrizione (cioè si mangia troppo poco e/o male). Quindi i livelli di ferro in una dieta vegetariana possono essere adeguati se la dieta non è lasciata al caso! Bisogna fare particolare attenzione nelle donne con ciclo abbondante o se è presente malassorbimento intestinale o se si pratica sport “impattante” come la corsa prolungata.
  • Anche un colesterolo troppo basso può essere indice di malnutrizione, che è più frequente nei vegani oppure in chi ha disturbi alimentari (es. anoressia) “nascosti” da dieta vegana/vegetariana.
  • Diventando vegetariani o vegani spesso c’è il rischio di mangiare fin troppe fibre: verdura, frutta, semi oleosi, cereali integrali e derivati e grandi quantità di legumi. Se le fibre, da un lato, sono preziosissime per la salute, un loro eccesso porta frequentemente a gonfiori e/o distensione addominale e conseguente disbiosi intestinale (alterazione della flora batterica che tende alla fermentazione eccessiva).

Ovviamente ci sono anche dei notevoli vantaggi…

  • Si mangiano tendenzialmente più vegetali ricchi di minerali, vitamine, antiossidanti e altre sostanze bioattive utilissime per il sistema immunitario, per ridurre l’infiammazione e l’invecchiamento.
  • Le fibre presenti nei cibi vegetali, se mangiate nelle giuste quantità, sono un vero elisir di salute e un nutrimento per le cellule dell’intestino! Grazie a loro migliora anche la regolarità intestinale.
  • C’è un minor impatto ambientale della dieta e una maggior biodiversità (cioè più varietà di specie vegetali), se studiata bene!  
  • C’è un minor apporto di colesterolo e grassi saturi, utile soprattutto per chi soffre di sindrome metabolica (pressione e colesterolo alti, alterazione della glicemia).
  • In generale, facendo questa scelta, si tende a porre più attenzione alla qualità del cibo e alla composizione dei pasti.

Riassumendo, personalmente sconsiglio la dieta vegetariana o vegana a chi soffre di disturbi intestinali cronici (almeno finchè non vengono risolti) o a chi ha fabbisogni di nutrienti molto elevati (es. sportivi agonisti, gravidanza), a chi ha carenza di massa muscolare o agli anziani con scarsa appetenza (i cibi vegetali fanno molto volume per cui saziano in fretta apportando poche calorie. Gli anziani molto magri e con scarso muscolo, invece, trovano beneficio facendo pasti piccoli, frequenti e più densi energeticamente).

Sconsigliata anche in caso di tiroiditi o malattie autoimmuni o sindrome dell’ovaio policistico: in queste condizioni si devono eliminare alcuni cibi che sono la base della dieta vegetariana e quindi rimarrebbero poche alternative con scarsa compliance del paziente alla dieta.

Se si deve dimagrire la dieta vegetariana si può tranquillamente fare, anche se bisogna considerare che carne e pesce sono utili per avere più sazietà e varietà e un maggior apporto proteico che minimizza la perdita di massa muscolare (frequente in chi deve perdere molti kg). 

Ho qualche dubbio, invece, sulle diete strettamente vegan perché sul lungo termine tendono a portare a carenze gravi (oltre a quelle di vitamine, minerali e proteine mi preoccupa anche il rischio di malnutrizione energetica, cioè di kcal) o disturbi intestinali cronici, oltre a “fisse” psicologiche che non fanno bene all’umore (troppe restrizioni o troppo controllo portano a stress cronico. Questo ovviamente è molto soggettivo e dipende moltissimo da come una persona vive questo stile alimentare).

La scelta, quindi, a mio avviso va valutata assieme ad un professionista, tenendo conto dello stato di salute e dello stile di vita della persona, nonché del suo stato emotivo!

Perché continuo a ribadire “se ben bilanciate”??

Perché, ahimè, ho visto non pochi pazienti vegetariani o vegani che, non sapendo come impostare una sana alimentazione, mangiavano troppi carboidrati (cioè non sostituivano carne e pesce con altre fonti proteiche, ma con fonti di carboidrati come pasta, patate, riso, cereali. Attenzione anche ai burger vegetali che spesso sono fatti di verdure e cereali e quindi sono da considerare carboidrato e non proteina!) oppure prodotti confezionati vegan, ricchi di zuccheri e grassi.

Consumare cibi industriali e confezionati ha comunque un impatto ambientale notevole rispetto ai cibi “al naturale”, che siano vegetali o no.

Riporto, quindi, un esempio di giornata vegetariana ben bilanciata per una donna media SANA (circa 1,65 cm, 55 kg) e con buona composizione corporea, giusto per avere un’idea delle dosi minime da assumere per non avere carenze:

COLAZIONE: 200g di yogurt intero bianco + 60-70g di muesli senza zucchero + 1 frutto + 4-5 noci

SPUNTINI: 1 frutto + 10-15 mandorle

PRANZO: verdura cruda come antipasto + 80-90g di cereali integrali (es. farro, orzo, riso, ecc.) + 200g di legumi cotti (70g da secchi) + 2 cucchiai di olio di oliva

CENA: verdura cruda e/o cotta + 2 uova o 150g di tofu o tempeh + 70g di pane integrale con lievito madre + 2 cucchiai di olio di oliva extravergine.

ALCOL – istruzioni per l’uso (II parte)

Continuo questa seconda parte elencando i danni causati dall’etanolo. Lo so, l’elenco è un po’ lungo e noioso, ma credo sia doveroso, da parte dei professionisti della salute, informare nel modo più preciso e completo possibile. Se non avete il tempo di leggere tutto ho evidenziato le parole chiave in grassetto in modo che si possa capire il senso del discorso anche scorrendo velocemente l’elenco 😁

Successivamente troverete il paragrafo sull’alcol e il dimagrimento con consigli pratici! 😉

Quali disturbi e malattie sono associati al consumo di alcol?

  • Malattie del fegato (cirrosi epatica, epatite alcolica, steatosi epatica, fibrosi. L’epatite alcolica acuta e la cirrosi sono le principali cause di morte): l’alcol danneggia le cellule epatiche a causa della sua metabolizzazione.
  • Malattie del cuore (ipertensione, cardiomiopatie, fibrillazione atriale, ictus). La relazione tra alcol e malattie del cuore è complessa: si è sentito dire per anni che un bicchiere di vino rosso al giorno previene le malattie del cuore (anche grazie al contenuto di polifenoli antiossidanti). Infatti, un consumo moderato senza episodi di “sbronze” può essere protettivo, al contrario se il volume consumato è alto e/o ci sono ripetuti episodi di consumo pesante il rischio aumenta. Inoltre, il rischio cardiovascolare si riduce molto di più seguendo uno stile di vita sano (dieta+attività+buon sonno e meno stress) che non bevendo un bicchiere di vino e gli antiossidanti si trovano in tutti i vegetali!
  • Cancro (correlazione con tumore dell’orofaringe, faringe, esofago, stomaco, fegato, colon, seno). Il rischio è più alto nelle donne che nell’uomo: anche una piccola quantità di alcol aumenta il rischio di sviluppare cancro al seno. Il meccanismo con cui l’alcol aumenta il rischio di cancro non è ancora ben conosciuto ma si è visto che provoca dei danni permanenti dal DNA, inibisce il processo di riparazione del DNA (in particolare tramite l’acetaldeide) e, inoltre, può portare a carenze nutrizionali che influiscono sul DNA (es. carenza di vitamine B). L’alcol modula inoltre la produzione di estrogeni e questo può aumentare il rischio di tumori ormono-sensibili come quello al seno, all’utero e alle ovaie.
  • L’alcol è responsabile di molti danni indiretti come comportamenti sessuali a rischio (aumento gravidanze non desiderate e malattie sessualmente trasmissibili), infortuni sul lavoro ed episodi di violenza. Un capitolo a parte meritano gli incidenti stradali provocati dalla guida in stato d’ebbrezza che hanno un peso preponderante nella mortalità giovanile. Si stima che in Europa è attribuibile all’uso dannoso di alcol il 25% dei decessi tra i ragazzi di 15-29 anni e il 10% dei decessi tra le ragazze di pari età.
  • L’alcol consumato durante la gravidanza è un fattore di rischio per: aborto spontaneo, natimortalità (feti nati morti), nascita prematura, basso peso alla nascita, ritardo della crescita intrauterina o danni a lungo termine come la Sindrome Feto-alcolica (FAS) caratterizzata da danni al sistema nervoso fetale che porta a disabilità fisica, mentale e comportamentale con difficoltà di apprendimento. In gravidanza va assolutamente evitato l’alcol, anche un consumo moderato! L’etanolo attraversa la placenta e arriva al feto ad una concentrazione di poco inferiore a quella ematica materna. Le cellule fetali, non essendo dotate di enzimi capaci di metabolizzare l’alcol, ne subiscono gli effetti dannosi in particolare a livello del cervello e dei tessuti in via di formazione. L’esposizione all’acol durante l’età dello sviluppo porta a neurotossicità e alterazioni permanenti nell’asse dello stress oltre che ad alterazione del sistema immunitario.
  • Negli adolescenti il consumo di alcol è associato a: alterazioni nell’apprendimento verbale, del processo visivo-spaziale, della memoria e dell’attenzione, a carenza dello sviluppo e dell’integrità della materia grigia e bianca. Queste alterazioni sembrano correlate a problemi comportamentali, emozionali, sociali e accademici anche nella vita adulta. Se i genitori sono bevitori o c’è una relazione con i genitori non soddisfacente l’adolescente è più predisposto all’uso di alcol.
  • Diabete: anche in questo caso gli effetti sono controversi. Sembra infatti che un consumo basso-moderato riduca il rischio di diabete mellito grazie al miglioramento della sensibilità all’insulina. Tuttavia si è osservato che un consumo pesante cronico altera l’omeostasi del glucosio e porta a sviluppo di insulino-resistenza con conseguente alto rischio di diabete! Quindi, visto che il diabete è fortemente prevenibile in altri modi (solita dieta+attività+sonno) non è necessario fare un uso moderato di alcol per questo motivo!
  • Disturbi ormonali: il consumo cronico di alcol ha effetti avversi su diverse componenti del sistema endocrino con conseguenze gravi sia a livello fisiologico che comportamentale. Queste alterazioni influenzano l’intero organismo e possono portare a malattie cardiovascolari, difetti riproduttivi sia nell’uomo che nella donna, disfunzioni immunitarie, alcuni tipi di cancro, malattie delle ossa, disordini psicologici. Da studi sull’uomo e su animali si evince che l’alcol, soprattutto un’esposizione acuta, altera l’asse HPA (asse ipotalamo-ipofisi-surrene) incrementando i livelli di ACTH (ormone adrenocorticotropo) circolante, glucocorticoidi e cortisolo (gli ormoni dello stress). Devono quindi evitare le bevute soprattutto le persone molto stressate e/o che soffrono di stanchezza cronica o che hanno alterazioni del sistema nervoso simpatico e parasimpatico (es. turnisti, persone che subiscono jet lag o anche solo persone con disturbi del sonno e che poi al mattino fanno fatica a svegliarsi, ecc.).
  • Disturbi sessuali: l’alcol altera anche l’asse HPG (asse ipotalamo- ipofisi-gonadico) responsabile delle funzioni del sistema riproduttivo. Negli alcolisti la disfunzione dell’asse HPG  è associato con diminuzione della libido, infertilità e atrofia gonadica. L’alterazione di questo asse può dunque portare a difetti di riproduzione, ma non solo, si riscontrano anche problemi di umore, memoria, osteoporosi e atrofia muscolare. Ci sono poche ricerche fatte durante la pubertà, ma alcuni studi documentano la diminuzione di estrogeni nelle adolescenti e che questa diminuzione rimane per periodi prolungati dopo l’assunzione di una moderata dose di alcol. In adolescenti maschi inoltre si è visto che l’abuso di alcol è correlato ad alterazioni degli ormoni della pubertà con significante calo del testosterone, LH e FSH (ormone luteinizzante e follicolostimolante).
  • In donne in età fertile anche un consumo moderato è correlato ad una moltitudine di effetti riproduttivi come cicli irregolari, anovulazione (mancanza di ovulazione) e quindi ridotta fertilità, aborto spontaneo e menopausa precoce. L’alcol è in grado di innalzare i livelli di testosterone nelle donne (nelle quali gli ormoni maschili sono prodotti dalle surrenali che vengono stimolate dall’alcol), quindi è da evitare il più possibile per le donne che soffrono di ovaio policistico.
  • Nell’uomo l’associazione tra consumo cronico e acuto porta ad abbassamento del testosterone, riduzione del volume dello sperma, della conta spermatica, della mobilità e del numero di spermatozoi morfologicamente normali. Il consumo di alcol porta a ipogonadismo (riduzione della funzionalità dei testicoli) anche in assenza di malattie del fegato. L’etanolo, inoltre, aumenta l’attività dell’aromatasi, enzima che converte gli androgeni (ormoni maschili) in estrogeni (ormoni femminili). Da diversi reports si evince che il consumo di alcol provochi iperprolattinemia (aumento dell’ormone prolattina) sia nell’uomo che nella donna.
  • Altre alterazioni ormonali: l’alcol può portare a riduzione degli ormoni tiroidei (T3 e T4), dell’ormone della crescita GH e del fattore di crescita IGF-1 (GH e IGF-1, se sono carenti nell’adulto portano a riduzione di massa muscolare a favore di quella adiposa, alterazioni metaboliche e fragilità ossea).
  • Alterazioni del ritmo circadiano: il ritmo circadiano è generato dal sistema nervoso centrale in risposta a stimoli esterni, come la luce del sole, ed è poi convertito in segnali nervosi ed ormonali che influenzano il corpo intero, ottimizzando le interazioni dell’organismo con il cambiamento delle condizioni ambientali. Un’esposizione cronica all’alcol induce alterazioni nell’attività dei geni “clock” (geni orologio) portando a una severa desincronizzazione dei fisiologici sistemi clock come il sonno, la temperatura corporea, la pressione sanguigna e le secrezioni ormonali, impattando anche sul sistema immunitario e promuovendo il cancro.  La relazione c’è anche in senso opposto: cioè i geni clock, quando alterati ad esempio da turni o jet lag, incentivano nella persona il consumo e l’abuso di alcol! Quindi fare le ore piccole o avere il ciclo sonno-veglia alterato ci porta a bere di più!
  • Alterazioni del sistema immunitario: come scritto sopra, l’alcol aumenta i livelli di glucocorticoidi (ormoni dello stress) che, in grandi quantità, hanno seri effetti negativi come l’azione immunosoppressiva sul sistema immunitario e l’induzione di anomalie metaboliche. I disturbi da abuso di alcol sono spesso associati a infiammazione sistemica cronica e alti livelli circolanti di citochine pro-infiammatorie. I macrofagi (cellule del sistema immunitario) del cervello quando sono esposti cronicamente all’alcol inducono immunosoppressione in tutti i rami del sistema immunitario e, inoltre, si riduce la migrazione e l’infiltrazione dei macrofagi verso i siti d’infezione, la produzione di nuovi neutrofili in risposta alle infezioni e l’attività fagocitica di neutrofili e monociti. Si riduce anche l’attività delle cellule dendritiche e NK (Natural Killer). In pratica viene meno la capacità dell’organismo di rispondere alle infezioni (altro che “io non mi ammalo perché bevo alcol che disinfetta!”).
  • Nel cervello l’alcol ha effetto neurotossico, porta alla morte dei neuroni e a neurodegenerazione (che favorisce la comparsa di demenza, Alzheimer, Parkinson, SLA, ecc.). Gli alcolisti hanno ridotta massa cerebrale, perdita di neuroni corticali e alterazioni delle funzioni cognitive.
  • L’alcol aumenta anche il rischio di pancreatite, epilessia, stati di ansia e depressione.

L’alcol fa ingrassare?

L’alcol, sotto qualsiasi forma, non è una bevanda “neutra” e senza calorie!

1g di alcol è stimato produrre (in modo indiretto, cioè non in quanto nutriente, ma come prodotto della sua metabolizzazione) circa 7 kcal. Carboidrati e proteine ne producono circa 4, mentre i grassi 9. Solo che l’alcol non è una sostanza nutritiva, quindi sono calorie completamente “vuote” e non necessaire, anzi!

Dobbiamo poi tener conto che un bicchiere di bevanda alcolica porta sempre con sé una certa quota di zuccheri… facciamo qualche confronto!

Tipo di alcolicogrammi di alcol per porzioneUnità Alcolichegrammi di zuccheri per porzioneKcal per porzione
Spritz aperol o campari 1 bicch.Circa 16g1,3Da 7 a 10gCirca 150
Spritz liscio/bianco (con 50ml di vino frizzante)6g0,50,344
Vino bianco frizz. 100 ml1210,687
Vino bianco fermo 100 ml90,75  0,164
Vino rosso 100ml9,500,80,268
Birra normale 330 ml90,7511,5112
Birra scura 330 ml15,51,35132
Americano 1 bicch.141,221                  187
Grappa 30 ml10,50,9073
Gin tonic con 50ml di gin e 100 ml di tonica171,49153
Mojito con 50ml di rum, 15g di zucchero e succo di 1 lime161,319,5191

Come potete notare dalla tabella i superalcolici sono sicuramente i più calorici, mentre i più zuccherini sono lo spritz aperol/campari, la birra e i cocktails come l’americano e il mojito.

Specifico che in realtà non esiste nessun alimento che, da solo, fa ingrassare, ma bisogna considerare l’alimentazione dell’individuo nel suo insieme. Lasciando per un momento da parte gli effetti negativi sulla salute e considerando solo il dimagrimento/ingrassamento, se una persona beve 1 mojito nel week end, ma la media settimanale delle calorie è comunque bassa, quella persona potrà dimagrire lo stesso! Mentre invece se la media calorica settimanale è alta, il dimagrimento sarà difficile (anche se non si tocca l’alcol!). Il pericolo di aumento di massa grassa dovuto all’alcol è in parte dovuto agli effetti ormonali visti sopra, e in parte dovuto al fatto che, essendo una bevanda e non un cibo, si tende a non considerare!

Se si beve ad esempio un bicchiere di vino al giorno e in più si fa una bevuta nel week end (es. 2 spritz aperol + 1 birra piccola + 1 grappetta) si avranno già 961 kcal in più a settimana che, sommate al resto dell’alimentazione e magari aggiungendo qualche altro piccolo sgarro (es. patatine che accompagnano l’aperitivo o il dolcetto o una pizza, ecc.) possono decisamente rallentare o bloccare il dimagrimento!

N.B. 900 kcal (in eccesso rispetto al proprio fabbisogno) a settimana corrispondono a 3600 kcal in più al mese che corrispondono a circa ½ kg di grasso in più! Che in un anno diventano circa 6 kg in più … e poi mi sento dire “Dottoressa, non so come ho preso questi kg di troppo!” :p

Quali alternative?

Purtroppo quando è il momento di ordinare da bere in un locale, magari mentre siamo circondati di amici che consumano alcol, non è così facile trovare una buona alternativa e non lasciarsi condizionare…

Le bevande più semplici da trovare sono il classico gingerino oppure un succo di frutta. Il vantaggio è che non hanno alcol, ma non sono l’opzione migliore, soprattutto se si sta cercando di dimagrire o se si hanno patologie infiammatorie, perché ricchi di zuccheri (per 1 bicchiere di succo troviamo circa 25-30g di zuccheri) ad alto indice glicemico.

Diverso è se troviamo dei succhi 100% frutta, senza zucchero aggiunto (basterà chiedere al cameriere/barista di controllare l’etichetta).

Cosa ordinare?

  • Succo di pompelmo, che ha la metà degli zuccheri rispetto agli altri succhi
  • Acqua frizzante/liscia con limone e qualche fogliolina di menta (sicuramente la scelta più “dietetica”)
  • Centrifughe/estratti di frutta e verdura (es. ananas e finocchio, carota e mela, sedano, carota, finocchio e mela, ecc.)
  • Caffè normale o deca shakerato, senza zucchero, ottima alternativa d’estate quando fa caldo e la pressione magari è anche un po’ bassa
  • Spritz liscio/bianco se non vogliamo rinunciare all’aperitivo alcolico: se non altro, essendo preparato con metà dose di vino, è il più “light” degli aperitivi
  • Se invece siamo a pranzo o cena l’ideale è bere solo acqua o al massimo 1 bicchiere di vino, meglio se rosso che almeno ha un po’ di antiossidanti.
  • Ottime le bevande fermentate, anche durante i pasti, come il kefir d’acqua, il kombucha, il kimchi, il ginger bug, ecc. L’unico problema è che questo tipo di bevande si possono fare in casa, ma difficilmente si trovano nei bar.

Lasciate perdere invece le varie bibite “zero” che contengono dolcificanti artificiali (approfondirò l’argomento in un futuro articolo, promesso).

Attenzione, soprattutto durante l’aperitivo, non solo al contenuto di alcol ma anche al cibo che lo accompagna: meglio preferire le olive o del pane tostato piuttosto delle patatine o delle arachidi che sono molto salate. Se fate l’aperitivo in casa, cosa forse più frequente ora che siamo in zona rossa-arancio, potete optare per delle verdurine fresche tagliate a bastoncini (es. carota, sedano, finocchio) accompagnate con il pinzimonio o con un hummus di ceci!

Sitografia:

http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=81&area=Vivi_sano

https://www.who.int/publications/i/item/9789241565639

https://www.my-personaltrainer.it/nutrizione/alcol-bodybuilding.html#165122

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3767933/

https://www.epicentro.iss.it/passi/indicatori/alcol

ALCOL – istruzioni per l’uso (I parte)

Come procedono le vostre feste? Quest’anno sono decisamente diverse, ma alcune tradizioni rimangono, come il panettone e un buon bicchiere di vino (spesso anche più di uno!).

Colgo quindi l’occasione per parlare di una famosissima molecola: l’alcol etilico o etanolo, tanto amata soprattutto nella mia regione, il Veneto (qui se sei astemio non sei degno di essere un vero cittadino veneto!).

Capita di frequente che mi venga chiesto se l’alcol può far parte della dieta e in che misura. Per alcuni è davvero irrinunciabile: non è raro sentir dire che posso togliere tutto (pasta, dolci, caffè ecc.), ma non il bicchiere di vino a pasto!

Nonostante l’etanolo sia una sostanza molto studiata e i cui effetti sono ben documentati, ho notato che troppo spesso si tende a sottovalutare…

“Secondo il Global status report on alcohol and health 2018 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblicato il 21 settembre 2018, l’uso di alcol nel 2016 ha causato nel mondo circa 3 milioni di morti, ossia il 5,3% di tutti decessi e il 5,1% degli anni di vita persi a causa di malattia, disabilità o morte prematura attribuibili all’alcol. Più di tre quarti dei decessi si è verificato tra gli uomini.”

Ministero della Salute

Tre milioni di morti in un anno… Giusto per farci un’idea, il Covid-19 ha ucciso fino ad oggi 28-12-2020 (quindi in quasi un anno) 1,76 milioni di persone in tutto il mondo.

Sempre secondo il rapporto dell’OMS “gli effetti del consumo di alcol sulla mortalità sono maggiori di quelli della tubercolosi (2,3%), dell’HIV/AIDS (1.8%), del diabete (2.8%), dell’ipertensione (1.6%), dei disturbi digestivi (4.5%), degli incidenti stradali (2.5%) e della violenza (0.8%).”

Il Ministero Della Salute definisce il consumo di alcol come “il secondo fattore di rischio di malattia e morte prematura dopo il tabacco”.

Questi avvertimenti però non fanno breccia sulla maggior parte della popolazione che tende a pensare che un po’ di alcol non porterà certo alla morte precoce…

Ed è vero, una piccola quantità non ha certamente le stesse conseguenze di un abuso, ma il problema è che spesso non siamo consapevoli di cosa sia l’abuso! Abbiamo una percezione alterata del “poco”, quindi vorrei fare chiarezza. Siccome l’argomento è lungo e complesso ho deciso di dividere in due parti l’articolo. In questa prima parte vi parlerò del metabolismo dell’etanolo e dei consigli sul consumo. Nella seconda parte vedremo gli effetti sulla salute e sul dimagrimento e quali alternative si possono usare.

Partiamo dalle basi: cos’è l’etanolo e come lo gestisce il nostro organismo?

L’alcol etilico è una molecole che chimicamente fa parte degli alcoli (sostanze organiche con struttura simile agli alcani) e di cui fanno parte anche sostanze molto tossiche come il metanolo, mortale anche a basse concentrazioni!).

“L’alcol è una sostanza tossica, potenzialmente cancerogena e con la capacità di indurre dipendenza. Al contrario di quanto si ritiene comunemente, l’alcol non è un nutriente e il suo consumo non è utile all’organismo o alle sue funzioni. Causa invece danni diretti alle cellule di molti organi, soprattutto fegato e sistema nervoso centrale, in particolare alle cellule del cervello.”

Ministero della Salute

Una piccola parte di etanolo viene eliminata tramite respiro, sudore e urine. Viene poi assorbito un pochino nello stomaco e principalmente nell’intestino tenue che lo passa successivamente al fegato per essere smaltito (il tempo di smaltimento è soggettivo). Nel fegato l’alcol viene prima attaccato dall’enzima alcol deidrogenasi che lo trasforma in acetaldeide (cancerogena) che dev’essere a sua volta convertita in acetato, innocuo ed espulso con le urine. Se abbiamo bevuto troppo e il nostro fegato rallenta lo smaltimento, l’acetaldeide si accumula e diventa responsabile dei sintomi da sbornia: nausea, mal di testa, malessere.

La presenza di cibo nello stomaco, rallentando lo svuotamento gastrico, riduce la velocità di assorbimento dell’alcol ed è per questo che viene consigliato di bere a stomaco pieno!

L’acetato (o acetil-CoA per i più esperti) può poi entrare nel Ciclo di krebs per la produzione di energia o, se in eccesso, venir convertito in trigliceridi che si accumuleranno niente popò di meno che… nel tessuto adiposo!!

L’alcol può anche essere metabolizzato da un altro sistema: il MEOS (letteralmente Sistema Microsomiale di Ossidazione dell’Etanolo) presente nelle cellule del fegato. Questo sistema viene attivato quando l’alcol è in eccesso e l’alcol deidrogenasi non ci sta dietro… infatti, negli alcolisti l’organello che contiene questo MEOS (cioè il Reticolo Endoplasmatico) risulta ingrossato.

“Il sistema di smaltimento dell’alcol non è uguale in tutte le persone: varia in funzione del sesso, dell’età, dell’etnia e di caratteristiche personali; non è completamente efficiente prima dei 21 anni ed è inefficiente sino ai 16 anni. Dopo i 65 anni si perde gradualmente la capacità di smaltire l’alcol e, nel sesso femminile, è sempre la metà, a tutte le età, rispetto alle capacità maschili; per questa ragione alcune persone sono più vulnerabili agli effetti dell’alcol.”

Ministero della Salute

La natura non progetta nulla a caso, infatti si pensa che l’essere umano sia predisposto a metabolizzare l’alcol per riuscire a sopportare le piccole quantità che si formano con la fermentazione (es. per fermentazione di vegetali malconservati).

Cosa comporta un abuso di alcol?

“La comunità scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato che l’alcol accresce il rischio di sviluppare oltre 200 patologie. Pertanto non è possibile identificare dei livelli di consumo che non comportino alcun rischio per la salute di chi beve alcolici. Pur partendo dal concetto, ormai condiviso da tutta la comunità scientifica, che si riassume con lo slogan Less is better (Meno è meglio), si rende comunque necessario definire alcuni parametri che permettano una valutazione del rischio connesso all’assunzione di bevande alcoliche”.

“Le Linee guida per una sana alimentazione, revisione 2018 presentate dal Centro di Ricerca e Nutrizione, definiscono “a basso rischio” un consumo di 2 unità alcoliche per l’uomo adulto e 1 unità alcolica per le donne adulte e per gli anziani di entrambi i sessi, corrispondenti rispettivamente a 24 e 12 grammi di alcol.”

Ministero della Salute

Al di sopra di queste soglie il consumo viene considerato elevato!

Quindi 1 unità alcolica (UA) corrisponde a 12g di etanolo (uguali a 1 bicchiere di birra piccolo, 1 bicchiere di vino o mezzo bicchierino di superalcolico – si veda l’immagine sotto).

Ciò nonostante ripeto che non è possibile definire dei consumi di alcol al di sotto dei quali il rischio di danni si azzera! Quindi alla domanda “Dottoressa, quanto alcol posso bere a settimana?” la risposta più corretta sarebbe: zero o il meno possibile!

Bisogna poi tener conto del fatto che il rischio di patologie dipende sì dalla quantità di alcol bevuta (espressa in consumo medio giornaliero), ma anche dalla quantità di alcol bevuta in una singola occasione (es. in settimana non bevo nulla ma nel week end bevo 14 unità alcoliche: il consumo medio giornaliero è di 2 UA al gg – entro i limiti consigliati – ma berle tutte in una volta per l’organismo è decisamente diverso!) e dalla modalità di assunzione (es. stomaco vuoto piuttosto che pieno).  

Il consumo occasionale è definito anche binge drinking (il corrispondente alcolico del binge eating – alimentazione compulsiva). Le bevute occasionali (le sbronze per intenderci) portano ad un “incremento di rischio di lesioni traumatiche, nonché di altri effetti nocivi.”

Si tratta di binge-drinking se si consumano 5 o più UA in una sola occasione per l’uomo e 4 per la donna: corrispondenti a 4-5 bicchieri di birra o di vino o circa 2-3 americani o 3-4 spritz aperol o campari.

Se, inoltre, beviamo a stomaco vuoto (il classico aperitivo) la situazione peggiora, infatti “l’assunzione di bevande alcoliche fuori pasto, perché determina livelli più elevati di alcolemia a parità di quantità consumate, si associa anche a molteplici effetti nocivi cronici” (e aumento di mortalità).

Dai rapporti nazionali risulta che la maggior parte degli intervistati in Italia ha un consumo alcolico NON moderato!

Continua…

“Dottoressa… cosa dovrei mangiare?” – Excursus su “Il piatto salutare”

Quando mi trovo a conoscere persone nuove e mi chiedono che lavoro faccio l’immancabile domanda è “Ah sei nutrizionista! Allora come dovrei mangiare?”.

La risposta non è così semplice poiché ognuno di noi, oltre ad avere fabbisogni diversi, ha anche una storia personale e famigliare diversa, spesso (per non dire quasi sempre) ci sono disturbi che andrebbero trattati in modo specifico come colite, gastrite, stanchezza cronica, ecc. e, oltretutto, bisogna tener conto dell’obiettivo della persona: cosa dovrei mangiare per… dimagrire? aumentare di peso? tonificare? mangiar sano?

La risposta andrebbe quindi differenziata, ma è pur vero che esistono delle indicazioni basiche che tendenzialmente possono andar bene per la popolazione in generale e che possono quindi favorire una sana alimentazione senza per forza dover seguire una dieta specifica e soprattutto senza dover calcolare grammi e calorie! In questo senso ci viene in aiuto l’università di Harvard o più nello specifico, la School of Public Health.

Harvard ha creato “The Healthy eating plate” (Il piatto salutare) riassumendo tutte le informazioni dietetiche derivate dalle migliori evidenze scientifiche attuali (in continuo aggiornamento). L’obiettivo era quello di dare indicazioni semplici e fruibili e di fornire una guida per consumare sempre piatti bilanciati.

Copyright © 2011, Harvard University. For more information about The Healthy Eating Plate, please see The Nutrition Source, Department of Nutrition, Harvard T.H. Chan School of Public Health, www.thenutritionsource.org, and Harvard Health Publications, www.health.harvard.edu.

Cosa ci dice il piatto salutare?

Il messaggio principale è: focalizzatevi sulla qualità della dieta!

  • Metà del nostro pasto dovrebbe essere composto da vegetali di diversi colori (escluse le patate che hanno un alto indice glicemico!). Nell’immagine sono indicate verdure e ortaggi + frutta, ma questo non significa che debbano essere consumate necessariamente assieme, la frutta può essere usata come spuntino. Inoltre, ricordiamo che alcuni ortaggi sono botanicamente dei frutti! Qualche esempio? Pomodori, peperoni, melanzane, zucchine, cetrioli, zucche, avocado, ecc.
  • Un quarto del piatto deve contenere dei cereali integrali come farro, orzo, segale, avena, grano saraceno, quinoa, miglio, riso integrale e tutti i loro derivati come pasta e pane integrali (e aggiungo io… con lievito madre!).
  • L’altro quarto di piatto, invece, è riempito con proteine sane come pesce, pollame, legumi e semi oleosi. È consigliato di limitare la carne rossa e di EVITARE completamente la carne processata e conservata come gli affettati, i wurstel, le salsicce, ecc. A mio avviso c’è un piccolo appunto da fare: sebbene i semi oleosi (mandorle, noci, nocciole, ecc.) siano fonti di proteine vegetali – ad es. 100g di mandorle contengono circa 20g di proteine, paragonabili a 100g di pollo che ne contengono dai 23 ai 29g circa –  è pur vero che se si mangiassero 100g di mandorle si eccederebbe con la quantità di grassi ed in particolare di omega-6 che, se in eccesso, aumentano l’infiammazione dell’organismo. Quindi, la mia opinione è che i semi oleosi possano sicuramente bilanciare un pasto, ma non possono essere usati come unica fonte proteica giornaliera. Harvard, inoltre, esclude dalle proteine sane i latticini, che vanno consumati con parsimonia, ma c’è da dire che qui in Italia abbiamo degli yogurt bianchi e delle ricotte di qualità che possono benissimo far parte di un’alimentazione sana.
  • Per condire il piatto salutare sono consigliati grassi buoni, vegetali, come ad esempio quelli dell’olio di oliva e, sempre citando Harvard, di canola, di soia, di girasole, ecc., evitando completamente i grassi idrogenati ricchi dei poco salutari acidi grassi trans (che influenzano anche il funzionamento del sistema immunitario). Anche in questo caso mi permetto di inserire il mio punto di vista professionale: in un paese come gli Stati Uniti, dove si consumano grandi quantità di carne rossa e di grassi saturi da formaggio, burro o prodotti industriali è ovvio che iniziare a sostituire questi prodotti con dei grassi vegetali apporterà dei vantaggi. Per noi “mediterranei” invece, il rischio è, come dicevo prima, di esagerare con i grassi omega-6, sbilanciando il rapporto omega-3/omega-6 nell’organismo e quindi attivando la cascata infiammatoria. Adattando “il piatto salutare” al nostro paese direi che possiamo usare come fonti di grassi sani principalmente l’olio di oliva extravergine spremuto a freddo (ricco di omega-9) oppure olio di lino o avocado (ci sono alcune varietà coltivate in Sicilia ad esempio). Altri grassi buoni che possono essere inseriti, che seppur esotici ormai fanno parte della nostra alimentazione ed è davvero difficile rinunciarci, sono: cocco (fresco o essiccato o sotto forma di olio) e cioccolato fondente (almeno all’80% e senza zucchero). 
  • Infine… il piatto salutare comprende anche: una buona dose di liquidi derivati principalmente da acqua e in parte da caffè, tè, infusi non zuccherati (evitare completamente le bibite gassate e zuccherate!) e una buona dose di attività fisica soprattutto per il controllo del peso corporeo.

È presente anche una sezione dedicata all’impatto ambientale dei cibi dove viene indicato come la produzione attuale di cibo stia influenzando negativamente il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, i livelli di inquinamento e drastiche modifiche nell’utilizzo di terreno e acqua.

È ormai noto che i cibi di origine animale sono i più impattanti sull’ambiente, come mostrato in figura.

Il manzo (beef) ha l’impatto più alto in assoluto sia in termini di consumo idrico e terreno sia per le emissioni di CO2. A scalare troviamo i latticini (dairy), il pollame (poultry), il maiale (pork) che però consuma molta acqua rispetto a pollo e latticini, le uova (eggs), il pesce allevato (fish) e poi via via i cibi vegetali (radici e tuberi, legumi, mais, riso, grano).

Questo non significa che dobbiamo diventare tutti vegani al 100% (anche se il mondo ringrazierebbe), ma semplicemente consumare cibo con più consapevolezza e responsabilità, cercando di acquistare pollame allevato all’aperto, dai piccoli produttori locali e così anche per uova e vegetali. Il pesce dovrebbe essere di piccola taglia e nostrano (per approfondimento: https://www.nutrizionistiperlambiente.org/2017/03/pesce-sostenibile/).

Disquisire sull’impatto ambientale che ha la nostra alimentazione, e il nostro stile di vita, è importante, interessante e richiede il giusto spazio, quindi rimando ad un prossimo articolo. Ora torniamo a noi e al nostro piatto salutare…

Ricapitolando, nel nostro pasto dovremmo sempre abbinare:

verdura + una fonte di cereali integrali + una fonte di proteine sane, il tutto condito con grassi buoni.

Semplice no?

Visto il periodo vacanziero, mi sembra utile aggiungere un altro piccolo pezzetto del puzzle…

Cosa fare quando si viaggia e/o si è in vacanza o si fa un pasto fuori casa?

Di nuovo, molto semplice: se non troviamo dei cereali integrali possiamo sostituirli con altri tipi di carboidrati come patate (al forno o bollite), polenta, frutta (si, la frutta, se mangiata in quantità importante, può essere considerata come sostitutiva di pane, pasta, ecc.), occasionalmente un piccolo dolcetto come un gelato davvero artigianale o una crostata fatta in casa. La parte proteica in genere è più reperibile, ma anche in questo caso, se ci si trova al ristorante o al bar e non ci sono molte alternative può essere composta da del prosciutto crudo o una mozzarella o del tonno. Le verdure bene o male si trovano sempre, tranne forse in montagna dove la verdura in genere è la porzione di crauti! L’olio di oliva invece è davvero onnipresente.

Ecco che, in vacanza o fuori casa, il pasto magari non sarà l’ideale ma potrà comunque essere un pasto completo. Qualche esempio?

  • Insalata mista + melone e prosciutto
  • Insalatona con tonno e uova o mozzarella + 1 fetta di pane integrale o una macedonia
  • Al ristorante: un secondo di carne (preferibilmente bianca) o pesce con insalata mista o verdure grigliate + una porzione di patate al forno oppure un piccolo dolcetto
  • Colazione in hotel: yogurt o uovo + muesli o pane integrale + frutta fresca
  • Ecc. ecc.

E se si esagera?

Lo sgarro più frequente è quello con pizza/bruschetta/sushi o pasta/risotti, in cui in pratica si eccede con i carboidrati ad alto indice glicemico. Immaginate il piatto salutare che all’improvviso diventa tutto “marrone” (colore che indica i cereali): l’unica cosa da fare è compensare, durante il pasto precedente o successivo, togliendo la parte marrone e mangiando solo le parti “verdi” (verdure) e “arancioni” (proteine)!

Messa in grafica risulta così:

carboidrati: esempio pizza – verdure/proteine: esempio uova e insalata

Lo stesso discorso può essere fatto per una grigliata di carne o pesce… sapendo che si esagererà con proteine (tra l’altro ad alto impatto ambientale!) nel pasto precedente o successivo possiamo bilanciare mangiando dei cereali integrali abbinati ad un po’ di semi oleosi o al massimo a dei legumi, che hanno proteine vegetali meno concentrate di quelle animali.

Capito il trucco?

Mi raccomando però che questo non funga da scusa per sgarrare!! Anche perché il trucco funziona se le “compensazioni” sono occasionali, altrimenti non è più una compensazione, ma soltanto un’alimentazione sbilanciata!

E Harvard parla chiaro: soltanto seguendo uno stile di vita nel complesso sano (che comprende anche evitare il fumo, ridurre fortemente l’alcol e fare attività fisica) si ottengono benefici come la prevenzione di alcune malattie croniche (malattie cardiache, diabete, cancro).

E se il rischio di ammalarsi non vi spaventa (mi sento dire spesso che tanto si muore lo stesso anche per altre cause, quindi è inutile vivere da malati per morire sani…) considerate che nessuno di noi sa quanto tempo gli è concesso su questa terra e io penso che il tempo che ho voglio che sia di qualità, vissuto appieno delle mie forze e capacità e questo non è possibile se il corpo è impegnato in processi digestivi lenti o affaticato da carenze nutrizionali o tossine da cibo spazzatura!

Mangiare sano migliora la qualità della vita anche nel breve termine!

SALUTE = stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”

Organizzazione Mondiale della Sanità

Fonte: https://www.hsph.harvard.edu/nutritionsource/healthy-eating-plate/

Oltre il peso…

Quanto è importante per voi il vostro peso corporeo? Quanto spesso vi pesate? Come influisce quel numero sulla vostra vita?

Troppo spesso sento la fatidica frase “Dottoressa, devo perdere PESO”.

Quel maledetto numero sulla bilancia è per molti una fonte di frustrazione: a volte ci si arrabbia perché non scende o sale come vorremo, a volte perché sembra “bloccato” e gira intorno alla solita cifra, a volte perché varia di 1-2 etti e non ne capiamo la ragione…

In questo articolo vorrei parlarvi di come il peso sia una misura alquanto fuorviante, anche se utile quando usato con criterio, e per l’appunto, frustrante.  

Partiamo dal principio: da dove nasce questo conflitto con il peso corporeo?

Sicuramente nel corso della storia i canoni di bellezza sono cambiati diverse volte: nella preistoria troviamo rappresentazioni femminili sotto forma di statuette sinuose e formose che elogiano l’abbondanza e la fertilità, l’arte dell’antico Egitto mostrava figure snelle ed esili, mentre nel Medioevo la bellezza veniva nascosta sotto abiti larghi e pesanti poiché considerata “maligna”. Nel 1920-30 la figura, femminile in particolare, diventa più atletica e magra, poi di nuovo formosa nel dopoguerra e di nuovo snella e delicata negli anni ’60 e ancora più magra, oserei dire quasi “deperita”, dagli anni ’90. Insomma, siamo in un’era in cui sembra che “meno sia meglio”, anche se ho l’impressione che già ci stiamo spostando verso l’ideale di un corpo più tonico.

Tra gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso ci si è accorti di come il peso potesse influire anche sulla salute umana e sono nate così le prime tabelle peso -altezza per valutare il rischio della mortalità nella popolazione. Successivamente ci si è accorti che questo tipo di tabelle non erano sufficienti a descrivere la situazione reale in quanto ogni persona ha una forma e struttura diversa a parità di peso corporeo. Pian piano si sono cercati sempre più dei metodi per indagare non solo il peso, ma anche la composizione corporea, proprio perché non era il peso di per sé ad aumentare il rischio di mortalità, ma più che altro l’eccesso di grasso corporeo. Tralascio i dettagli… per farla breve negli anni ‘70-80 compaiono i primi strumenti per misurare l’impedenza umana (Bioimpedenziometri): in pratica si parte dal presupposto che tutte le strutture biologiche si comportano come conduttori, semiconduttori o dielettrici (isolanti). La massa magra (composta da liquidi corporei, muscolo e organi) è un ottimo conduttore, mentre osso e grasso sono isolanti e non vengono attraversati dalla corrente utilizzata. Questo tipo di misurazione in pratica permette di stimare la massa magra (massa muscolare, acqua intra ed extracellulare) e la massa grassa.

Purtroppo, nonostante l’esistenza di questa metodica, molti professionisti e medici hanno continuato a basare il proprio lavoro sul peso, in particolare sul BMI (indice di massa corporea) incentivando l’idea che basta mantenere un peso normale per stare in salute.

Se a questo aggiungiamo le campagne pubblicitarie che hanno sfoggiato immagini di persone irrealistiche e iper-perfette… ecco che si impennano i disturbi alimentari e le ossessioni riguardo il peso corporeo. C’è anche chi, purtroppo, ha approfittato di queste ossessioni per promettere cospicue perdite di peso in poco tempo e con il minimo sforzo, nutrendo l’illusione di poter raggiungere in breve la perfezione tanto agognata, poco importava se questo comprometteva la salute.

In alcuni casi la frustrazione riguardo il proprio peso è tale da usare proprio il cibo come compensazione e innescare un circolo vizioso che mantiene il sovrappeso, in altri casi invece si tenta di tutto (diete da fame e attività fisica estenuante) nel tentativo di fare pace con la propria immagine allo specchio… inutilmente (durante la lettura capirete perché).

Peso VS composizione corporea

Guardate quest’immagine (puramente esplicativa): stesso peso, fisici completamente diversi. Com’è possibile?

A sinistra: percentuale di grasso più alta e massa magra inferiore, a destra esattamente l’opposto (meno grasso, più muscolo) e anche se sulla bilancia vedono lo stesso numero la loro immagine allo specchio è decisamente diversa…

Quindi il peso, da solo, non può darci informazioni sul dimagrimento ne sulla salute. Quella che va valutata, in un percorso che abbia come obiettivo il benessere della persona, è la sua composizione corporea, cioè la variazione delle masse magra e grassa. Ed è importante sapere che a volte si può dimagrire pur mantenendo lo stesso peso!

Ad esempio ci potrebbe essere una situazione del genere:

  • peso iniziale: 60 kg con massa grassa 20 kg e massa muscolare 22kg (il resto del peso è composto da acqua, ossa e organi). La percentuale di massa grassa è 33,3%, mentre la percentuale di massa muscolare è 36,6%.
  • peso dopo un paio di mesi: 60 kg con massa grassa 18 kg e massa muscolare 23kg. La percentuale di massa grassa ora è 30%, mentre la percentuale di massa muscolare è 38,3%.

Quindi nonostante il peso sia invariato il dimagrimento c’è stato lo stesso e quel che è più importante è che la massa muscolare è aumentata!

Perché è importante avere una buona massa muscolare?

Mentre per un uomo aumentare la massa muscolare potrebbe essere allettante, per una donna è esattamente il contrario. Quello che mi sento dire più spesso è “non voglio diventare muscolosa” oppure “non voglio avere le gambe grosse” o ancora “non voglio sembrare un uomo”. Quindi nella donna c’è molta resistenza a fare una dieta e un allenamento per la massa muscolare, mentre invece è più accettato il concetto di tonificazione. Tonificare, però, non significa altro che aumentare la massa muscolare! Volete vedervi toniche, sgonfie e con meno grasso? Non c’è altro modo se non mangiare e allenarsi bene!

Oltre al fattore estetico (i muscoli modellano la figura) non dobbiamo dimenticare che la prima ragione per mantenere una buona massa è la salute, infatti il muscolo:

  • É un vero e proprio organo che ci permette di rispondere meglio agli stimoli e ai fattori stressogeni.
  • Migliora la nostra capacità di utilizzare i nutrienti (es. bruciare i grassi più efficientemente).
  • Fa da “spugna” di nutrienti: in pratica riesce a indirizzare verso di sé il cibo che assumiamo facendo sì che non venga captato da altri tessuti come il grasso.
  • Migliora il metabolismo perché le cellule muscolari contengono più mitocondri, le nostre centrali elettriche.
  • Regola la glicemia del sangue (i muscoli fanno da deposito di glucosio).
  • Aiuta a mantenere una buona postura, l’equilibrio e a minimizzare gli infortuni.
  • Mantiene in salute le ossa (aumentando il muscolo aumenta anche la densità ossea e quindi si previene l’osteoporosi) e le articolazioni.
  • Rafforza il sistema immunitario.
  • Aiuta a ridurre l’infiammazione corporea e quindi a prevenire patologie neuro-degenerative.
  • Un buon allenamento porta ad avere più forza ed energia e questo migliora la vita quotidiana (si fanno le scale senza fiatone, le borse della spesa diventano più leggere, la giornata lavorativa si regge meglio, ecc.)

Con l’età, in particolare dopo i 40 anni, la massa muscolare tende fisiologicamente a diminuire, quindi è importante arrivare preparati e cercare di fare il proprio meglio per mantenerla.

Cosa succede quando si protrae una dieta ipocalorica?

Quello che la bilancia in realtà racchiude non è altro che l’insieme delle nostre ossa, degli organi, dei muscoli, della massa extracellulare, dei liquidi corporei (acqua, plasma, sangue) e del grasso corporeo. Come posso sapere quale componente sto perdendo in un percorso di dimagrimento? Solo grasso?

Spesso i pazienti vorrebbero perdere 4-6 kg in un mese e se vedono “solo” 1-2 kg non sono soddisfatti. Vi spiego cosa succede quando si mantiene per troppo tempo una dieta fortemente ipocalorica che può portare alla perdita di molti kg al mese:

  • Catabolismo (=distruzione) muscolare per effetto dell’ipoglicemia (cioè per mancanza di glucosio ai muscoli).
  • L’effetto “carestia” (sia energetica che di nutrienti) attiva meccanismi di difesa che portano ad alimentazione compulsiva appena ci è possibile, favorendo l’accumulo di grasso e disturbi dell’alimentazione.
  • Appena si smette la dieta si riprendono i kg persi ma questa volta la massa muscolare è inferiore rispetto a prima della dieta, quindi il nostro metabolismo sarà rallentato e aumenterà principalmente il grasso, con gli interessi!
  • Ecco che, ripresi i kg, riprendiamo anche la dieta ipocalorica nella speranza di buttarli giù, ma il nostro organismo ora avrà “paura” della perdita (che è vista come una carestia) e cercherà di boicottarci in tutti i modi possibili. Oppure, nella migliore delle ipotesi, si riuscirà a perdere nuovamente il peso per poi riprenderlo e riperderlo ecc. fomentando il fastidioso effetto yo-yo che, oltre a far male alla salute, non fa che aumentare la frustrazione…
  • Le poche calorie e anche l’attività fisica eccessiva aumentano gli ormoni dello stress, in particolare il cortisolo che porta ad ad un aumento dell’infiammazione, della ritenzione idrica e della fragilità capillare, diminuisce le difese immunitarie, induce catabolismo muscolare e insulino-resistenza, contrastando quindi la perdita di grasso corporeo, favorisce l’osteoporosi e in cronico, quando a forza di produrre cortisolo le surrenali si stancano e non ne producono più, subentrano stanchezza cronica e depressione.
  • Si riducono gli ormoni tiroidei per difesa, quindi il metabolismo, di nuovo, rallenta. Inoltre, si riducono gli ormoni sessuali provocando calo della libido e disturbi ormonali. Si riducono anche l’ormone della crescita e la leptina, ormone chiave del metabolismo.

In pratica, dopo mesi di dieta fortemente ipocalorica (come ad esempio diete prive di carboidrati e con pochissime chilocalorie – es. 800-1000 kcal –  oppure diete strettamente vegane non bilanciate correttamente, diete a base di sole proteine, depurazioni/digiuni prolungati, ecc.) e vi ritroverete DEPERITI/E.

Immagine da: https://entrenar.me/blog/en/author/admin/page/3/

Come capire se si sta dimagrendo correttamente?

Tanto per cominciare bisogna capire la situazione di partenza. Ci possono essere diverse casistiche che ho semplificato così:

  1. Sovrappeso/obesità (BMI superiore a 25): bisogna valutare con una misurazione se oltre all’eccesso di grasso c’è una massa muscolare buona o scarsa. In entrambi i casi sarà necessaria una dieta ipocalorica (non troppo!) ma con apporti di macronutrienti differenti. Inoltre, nel primo caso (buona massa muscolare) sarà sufficiente un qualsiasi tipo di attività motoria per perdere peso (inizialmente), mentre nel secondo caso (scarsa massa) servirà un lavoro più strutturato e graduale (bisogna quindi armarsi di pazienza).
  2. Normopeso (BMI tra 20/21 e 25) ma vi vedete “grassi/e”: molto probabilmente non dovete perdere peso ma fare una ricomposizione corporea: cioè aumentare la massa muscolare a discapito di quella grassa. Utile quindi una dieta normocalorica o leggermente ipocalorica (utilissimo ciclizzare) con ripartizione di nutrienti corretta e allenamento assolutamente personalizzato che comprenda esercizi a corpo libero o con pesi. La percezione del grasso è dovuta alla scarsa tonicità dei tessuti e al fatto che la massa grassa è alta in percentuale rispetto alla magra.
  3. Leggero sottopeso (BMI 18-21) con scarsa massa muscolare e scarso grasso, ma vi vedete grassi/e lo stesso: in questo caso, escludendo veri e propri disturbi alimentari, la sensazione di essere grassi/e è dovuta ad un’alterata percezione di sè (è da valutare, quindi, un percorso psicoterapico e/o di coaching/consuelling), ma contribuiscono anche la scarsa tonicità dei tessuti e spesso una ritenzione idrica importante dovuta allo stato infiammatorio. In questo caso non dovete assolutamente perdere peso, anzi!!! Deve assolutamente aumentare la massa muscolare e, per riuscirci, è necessario che aumenti anche la massa grassa con il sorprendente risultato di vedersi meglio nonostante un aumento di peso! Se aumentano entrambe le masse in modo proporzionato non è un vero ingrassamento perché le percentuali non cambiano! La dieta dev’essere necessariamente ipercalorica con giusta ripartizione di nutrienti e allenamento personalizzato d’obbligo, evitando allenamenti estenuanti a favore di “poco ma buono”.
  4. Per persone con BMI inferiore a 18 il sottopeso inizia ad essere davvero importante e bisogna capirne le cause (es. disturbo alimentare oppure patologie che portano a cachessia o malnutrizione dovuta ad altre cause). Il trattamento è simile al punto 3, ma è necessario l’intervento del medico e di altre figure competenti per la situazione specifica.

In quale situazione vi ritrovate di più?

Nei primi due casi potete capire se il grasso sta diminuendo, oltre che con le misurazioni del professionista (es. bioimpedenziometria, pliche, circonferenze, adipometro, e chi più ne ha più ne metta) con i seguenti segnali:

  1. Il grasso corporeo scende molto lentamente: se dovete perdere peso una variazione anche solo di ½ kg a settimana di grasso è già un buon risultato se il muscolo si mantiene o addirittura aumenta! Se invece siete normopeso non noterete grosse differenze sulla bilancia, ma l’aspetto fisico e le sensazioni iniziano a cambiare a partire da 2-3 settimane.
  2. I vestiti diventano non solo più larghi ma stanno anche meglio.
  3. Aumenta l’energia e l’umore è più alto.
  4. Se state facendo un buon lavoro si ridurrà l’infiammazione e di conseguenza sentirete meno disturbi come acidità di stomaco, difficoltà digestive, gonfiori addominali, dolori articolari, disturbi del sonno e avrete più energia al mattino.
  5. Vi sentirete più sazi e avrete meno attacchi di fame durante il giorno perché la glicemia sarà stabilizzata.

Il terzo caso è invece più complesso e a volte, inizialmente, ci può essere una sensazione di pesantezza o difficoltà digestiva legata al fatto che si sta mangiando di più rispetto a quanto si era abituati. Possono essere utili degli integratori/fitoterapici e tanta pazienza e motivazione. 

Come mai, se il grasso scende lentamente, il peso varia così velocemente dalla mattina alla sera o da un giorno all’altro?

Quando il peso varia dalla mattina alla sera o da un giorno all’altro state pur certi che stanno variando solo i liquidi corporei!

Il peso può variare di molto in base alla quantità di acqua bevuta e di cibo ingerito nella giornata, alla fluttuazione di liquidi corporei dovuta ad esempio a sbalzi ormonali (nella donna) o a cibi che portano ad una maggior ritenzione di liquidi come i carbo-idrati (legano l’acqua) o i lieviti, all’evacuazione intestinale, alla quantità di urina e di sudore espulsi, ecc. ecc.

Quindi non accanitevi su sbalzi di qualche etto e soprattutto non pesatevi troppo frequentemente: una volta alla settimana o, meglio ogni due, è più che sufficientemente.

Cosa fare per dimagrire correttamente?

Può sembrare molto complicato, e in certi casi lo è, ma se siete in salute e non avete un passato di diete drastiche, potete iniziare con queste semplici indicazioni:

  • La prima regola fondamentale è lavorare sulla qualità della dieta eliminando i cibi spazzatura come dolci, snacks, patatine, alcolici, ecc.; è importante lavorare sulla qualità anche scegliendo cibi biologici o prodotti senza pesticidi, il più possibile non trattati.
  • Fare sempre pasti completi con circa 1/3 di carboidrati (cereali integrali, pasta integrale, pane integrale con lievito madre, frutta, muesli, più occasionalmente patate bollite o polenta o castagne, gallette se avete poco tempo e dovete evitare il glutine), 1/3 di proteine sane (pesce, carne bianca, uova, ricotta o yogurt, legumi) e 1/3 di verdure (meglio se crude prima del pasto e cotte per accompagnare il pasto o per condire). Il piatto completo va poi condito con una piccola fonte di grassi buoni come: olio di oliva extravergine spremuto a freddo, semi oleosi (mandorle, nocciole, noci, ecc.), avocado, olive, nel caso della colazione anche burro ghi, olio di cocco o cioccolato fondentissimo.
  • Mangiare entro certi orari e differenziando i pasti (timing): Tra le 7:00 e le 9:00 colazione da Re/Regina con ad esempio yogurt con frutta fresca + un po’ di pane integrale con lievito madre con crema di mandorle e marmellata. Pranzo da Principe/Principessa tra le 12:00 e le 15:00 con ad esempio verdure crude, uova o carne bianca e pane integrale o cereali e cena da povero/a, tra le 19:00 e le 21:00 al massimo, più leggera e digeribile (es. verdure crude + zuppa di legumi oppure verdure crude e cotte, pesce al forno e un piccolo pugnetto di cereali integrali oppure cene di sole verdure crude e cotte).
  • Monitorarsi compilando un diario alimentare e programmando i pasti in anticipo in modo da essere organizzati con la preparazione dei piatti e con la spesa. Potete farlo anche tramite apposite App sullo smartphone in modo da avere un’idea dei vostri introiti giornalieri (non solo di calorie ma anche di nutrienti). Attenzione però che gli obiettivi calorici dati dalle App spesso non sono corretti o idonei alla situazione! Usatele solo come monitoraggio.
  • Fare attività regolarmente (i 30 minuti di passeggiata giornaliera sono il minimo per iniziare e se dovete perdere molta massa grassa, altrimenti è necessaria un’attività più strutturata).

E ricordate che per ottenere qualcosa che non abbiamo mai avuto dobbiamo essere pronti a fare qualcosa che non abbiamo mai fatto. Quindi, iniziate anche con piccoli cambiamenti, un passetto alla volta, ma l’importante è agire!